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giovedì 22 gennaio 2009

"Sulle tracce lievi di Enrica Loggi" di Maria Angela Menghini


Colpisce l'immagine iniziale del "mattino che in fretta ha raccolto l'abito grande disteso sulla sabbia" e ancora v'incontriamo che "stende una coperta di luna il falco argentato sui campi". Oppure il "tiepido alitare di panni stesi alla finestra", "la mezza luce delle tende". La raccolta "Il talento dei giorni" di Enrica Loggi è ovunque trasfusa di aeree visioni d'ondeggiare e sollevarsi di veli come sipari che coprono e scoprono profondità e sensibilità verso l'indeterminato o forse più specificamente verso l'infinito che rimanda a Leopardi (e già Paolo Ruffilli nell'introduzione sottolinea l'ascendente ). Dominano le impressioni volatili di "stormi di parole" e si levano solitari in volo: allodola, rondine, falco, gabbiano quasi a celare ed esprimere l'identità dell'autrice "malcerta di esserci" e incauta verso "la ragnatela dove cadrà la multivaga farfalla". E tra i solitari animali fa la sua comparsa anche la lucertola che evoca fuori dal tempo fissità subitamente interrotte. Vi si percepisce la frammentaria solitudine esistenziale di un vuoto che è pieno d'attesa irrisolta e di una sensibilità sempre tesa verso un oltre il cui desiderio vivo e non pago quasi si materializza nella grazia dell'ossimoro della "vergine mania" che un sussulto riconduce a cose più usuali. Anche quando il messaggio rimane sotto traccia ci suggerisce con discrezione che "siamo sull'infinito precipizio che stimola le vite e le soccorre mentre si dipana l'andirivieni conoscibile".
Una sensazione visiva è persistente, una movenza d'effetto filmico come di dissolvenza, nel frammentarsi e sgranarsi della superficie dell'immagine, come il diradarsi, il disperdersi a confondere il nitore sia che lo sguardo fissi l'acqua, il cielo, la terra. Ad essere mimata è la perdita di compattezza e l'estrema tensione di violare lo schermo della realtà. E sono "sull'acqua briciole sfatte" e il "mattino d'aria screziata", "le rose del giardino sono sparse a terra". Quasi sempre sono sfondi a campo visivo lungo su cui si accennano moti ascensionali di dissociazione tra ciò che muove dall'io e ciò che ristà di sè: "Muove, nella distanza, salendo / il pensiero", "Lascia la terra lo sguardo", "lascio partire un volo di desideri". In questo sforzo di levitazione il parlato è trasognato, quasi un fuori di sè che subisce il fascino predatorio della vastità traslucida e insistentemente equorea delle proprie visioni en plein air.
Il paesaggio è rarefatto e "s'illumina di dentro come un'anima", si disegna a linee lunghe e sospese di orizzonti pallidi e di marine adriatiche grigio azzurre con cui l'autrice tiene prolungatamente una nota vibrata di colore di sottofondo mai squillante, di rado acceso a macchie di gerani e rose. Contrasti ma sempre lievi senza mai corpo a corpo tra questa leggerezza e il quotidiano ordinario che appena per cenni è come evocato e subito bandito dai versi in favore di indizi dalla parvenza inconsistente di filiformi, pulviscolari o velari variazioni di tutto ciò che è appena di qua dalla dissoluzione e dal nulla: tracce lievi che pure sostengono l'impianto del libro.
Il velo, dunque, l'orma, la tela di ragno, "le nubi nel disegno smarrito dei margini", i raggi, la caligine, il battere di ciglia, "la cipria dell'alba". Talvolta fin dall'incipit sono "Il tremore dell'acqua fonda, l'impronta di salsedine" a produrre una multiforme eppur monocromatica sensazione d'incerto. E ancora polvere, petali, cenere, "il fiore appassito tra le pagine". E' la semantica dell'impalpabile, della fragilità nello sfumato di contorni, nel vago del pallore del sogno.
Si addice alle poesie della raccolta quanto Calvino ("La leggerezza", in "Lezioni americane") scrive sui versi di "Piccolo testamento" di Montale: "una professione di fede nella persistenza di ciò che più sembra destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui". 
Forse anche la chiave di interpretazione del titolo "Il talento dei giorni" suggerisce nei versi la dote che l'inquietudine del transeunte porta con sé: quasi una scelta tout court per la poesia antidoto quanto mai salutare al nostro tempo cui l'autrice sembra opporsi serena e sicura chiamando all'appello i suoi simili:


l'uccellino ha chiamato i compagni, ora siamo di più 

L'infantile paese delle nostre parole adulte
comincia da questa materia sospesa.

(da "Hortus" semestrale di poesia e arte n° 26 )

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