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venerdì 7 settembre 2018

Un luogo speciale per dolci meditazioni


La poesia diffusa tra le chiome degli alberi nell'atmosfera un po' sognante di una pinetina.

http://www.ilgraffio.online/2018/09/02/la-pineta-dei-bersaglieri-nel-fascino-settembre/



domenica 22 luglio 2018

Doni dell'estate


Sorprese piccole e vive, doni dell'estate che ho raccolto in spiaggia e tradotto in forma di breve racconto:

http://www.ilgraffio.online/2018/07/20/lo-chalet-dei-piccioni-piccolo-ritratto-balneare-scorci-poetici-spiaggia-libera-grottammare/


domenica 24 giugno 2018

domenica 12 novembre 2017

Il tatto estremo dell'esistere


"Il tatto estremo dell'esistere": un mio verso scelto dalla poetessa Martina Luce Piermarini come titolo per un incontro di poesia che mi ha visto ospite della Biblioteca Mozzi-Borgetti di Macerata. Insieme abbiamo presentato la mia recente raccolta "PoesiEnricaLoggi" (I Quaderni di UT, 2016). E' stata un'occasione splendida per la nostra amicizia e ispirazione: Ci siamo sentite parte di un dolce universo, quello della nostra storia poetica che continua ad intrecciare parole, esperienze, ritmi...
Sono intervenuti il poeta e critico Guido Garufi e Massimo Consorti, direttore di UT, la rivista letteraria di cui sono redattrice. Ha accompagnato la lettura dei testi la flautista Costanza Marchiani .

(con il poeta Guido Garufi)


giovedì 22 giugno 2017

"Canto di vita" alla Galleria Marconi



di Sara Di Giuseppe

E’ musica leggera, ma classicamente napoletana, l’omaggio di Enrica a chiusura dell’incontro (conosco i dialetti - ci dice - e a Napoli ho vissuto degli anni). Così ci rapisce il suo assolo di Reginella: nessun accompagnamento musicale, e quella sua voce d’altro tempo che ricama il testo struggente di Libero Bovio è la stessa che poco fa cantava i versi di alcune sue raccolte, Musica leggera, Il talento dei giorni, Di acque e segni labili, Il seme della pioggia, e altro.
        Il dialogo di oggi è quello fra amiche che discorrono con grazia affettuosa: Enrica percorre con Antonella  le tappe di una creazione poetica, la sua, che canta fragilità e solitudini – i poeti sono soli / col loro inverno – labirinti ed assenze, fughe e ritorni, e il piccolo affanno dei gesti quotidiani che la natura materna e pietosa accoglie e consola. Terra e pietre, cieli e stagioni, e soffi di mare che conducono memorie, acque di piogge e acque di fiumi: tutto ascoltiamo fluire nella voce che leggera scandisce il suo breve diario di parole.
        Dal gioco del dialogo si dipana una narrazione che è confidenziale (l’abitudine di leggere all’amica, per telefono, i versi appena composti… “dovremmo tutti avere un poeta per amico”, dirà Antonella) e al tempo stesso illumina una trama poetica intima e profonda, definisce la traccia inconfondibile di ogni sua raccolta: la vita colta nel suo “farsi natura” (così la felice espressione di G.Dimarti), e la poesia - canzone accesa - che ne penetra la sacralità, vi rintraccia un disegno che si fa avanti senza mostrarsi, percorre mari non navigati e orizzonti di città dove si muovono i miei simili /mutando il loro dove, s’innalza in uno “slancio esistenziale in grado di contrapporsi allo sgretolante grigiore del mondo” (A.Lucidi).
        Gli ottanta versi del poemetto inedito che hanno aperto l’incontro sono stati anch’essi “Canto di vita”; come nel Canto di Hofmannsthal vi echeggia una nostalgia senza nome…nostalgia di vita, vi aleggiano  atmosfere sospese: su quelle, oggi, si affacciano assorte - straniate/stranianti immagini - i giganteschi ritratti in foto che dalle pareti colorano prepotenti lo spazio*…
        Quiete onde di luce, si travestono / e si fingono stelle, anzi parole: ecco evocate dalla conversazione, le creazioni di Enrica per i bimestrali Grandi Temi di UT **,  in ciascuna la vastità sontuosa del tema è ricondotta all’alveo imprevedibile e dimesso di un quotidiano che si fa poesia.
        Così La Rivoluzione è insurrezione delle pratoline insorte per me […] sulle spalle della primavera, angeliche e beffarde agli occhi dei passanti, che cantano per lei, levata / a contemplare quel che ci sarebbe / stato se il mondo non avesse / smarrito la parola. E Il Desiderio è abbracci di fretta fra i cespugli, crepuscolo di festa e di giostra in riva al mare; Il Suono è quello argentato di chitarra, uscita dalla pancia di legno al tocco della sua mano bambina (Fu da frichina la prima vodda / ch sndiett snà na chitarra); Fragilità è la veste comprata dai Cinesi per spendere poco, bella e gracile e rattoppata e ricucita ancora, non posso più indossarla e non la butto via; L’Indiscrezione è un cassetto gonfiato dal tempo, riaperto dopo anni, sedimento di memorie oggetti parole… perché, ci racconta Enrica, conservare ciò che è ferito e non riesco a buttar via è un po’ simile allo Zen e alla sua filosofia della guarigione possibile di ciò che è stato… E sono Labirinto i disegni invisibili delle rondini che impazzano nere, è labirinto il cielo di scie chiare come un Maggio dentro il quale perdersi è come ritrovare / lontano, a riva, / la casa che lasciamo ogni giorno / alla deriva.
        Ci congediamo ormai, e giurerei d’averlo visto sorridere, l’anziano perplesso grande signore con palloncino rosso sulla parete destra, grato come tutti noi ad Enrica per questa breve indimenticabile heure authentique de vrai bonheur ***.


*  Personale di Rita Vitali Rosati - Galleria Marconi, Cupra Marittima, 21 maggio / 17 giugno 2017
** POESIENRICALOGGI” – I QUADERNI DI UT  XII-MMXVI n.1
*** G.Brassens, Histoire de faussaire


Sara Di Giuseppe                      


lunedì 12 giugno 2017

"PoesiEnricaLoggi" alla Galleria Marconi



Sono particolarmente lieta di presentare il mio nuovo libro presso la Galleria Marconi di Cupramarittima, a cui sono legata da una fantastica amicizia con Franco Marconi. Dal 1995, quando nacque la Galleria, ho sempre seguito con crescente interesse le mostre che Franco ha allestito per tutti gli amanti dell’Arte Contemporanea. Una scuola di altissimo livello in cui la mia poesia ha trovato numerose ispirazioni, accenti nuovi e una rara umanità. La mia storia si è intrecciata con questa splendida realtà anche perché ho avuto modo di scrivere diversi testi critici su artisti che hanno esposto in questo importante luogo. La scrittura non può che alimentarsi a contatto di una creatività così vasta, sempre sorprendente: l’Arte e la Poesia giocano un continuo rimando, una sollecitazione reciproca che stupisce per la sua fertilità.
Alla luce di quest’amicizia ringrazio Franco che mi ospiterà per un nuovo incontro di poesia il 17 di giugno.
Ringrazio infinitamente anche la rivista UT che ha accompagnato la mia vita letteraria, promosso la mia vena poetica e coltivato un’amicizia preziosa. Fondata nel 2007 dal geniale trio Massimo Consorti, Francesco Del Zompo e Pier Giorgio Camaioni, UT continua un’impareggiabile attività culturale: sta per uscire il numero 60 dedicato al tema “Il Profumo” ed è un traguardo prestigioso per una rivista che è anch’essa una scuola di vita. Attraverso le sue pagine numerosi poeti, scrittori ed artisti hanno conosciuto un’esperienza fondamentale, di primaria importanza culturale. 


La mia soddisfazione più grande è stata la recente pubblicazione del Quaderno n. 1 di UT, dedicato alla mia poesia, primo di una nuova collana editoriale aperta a tutti coloro che vogliano pubblicare i loro scritti.
“PoesiEnricaLoggi”, titolo del mio Quaderno, raccoglie 24 poesie scritte per UT negli ultimi 5 anni, ed un poemetto. La veste grafica è a cura dell’art director Francesco Del Zompo, la prefazione di Alceo Lucidi e la postfazione del direttore Massimo Consorti.
Attendo con trepidazione il 17 di Giugno per porgere le mie poesie al pubblico, accompagnata dall’amica, finissima scrittrice Antonella Roncarolo, anche lei storica collaboratrice di UT, felice come sono di questo incontro magico tra noi, UT e la Galleria Marconi.

Non so se adesso o poi, prima di sera
le voci che fuggono nel tempo
vivace della rosea primavera
o quelle che rimangono sospese
per un sì o per un no, vanno via presto
nel verde che s’ accòra dentro il mare
quando il giorno si china all’orizzonte
nel commiato di luci ultime e sole
che prendono la forma di parole.

Enrica Loggi

domenica 7 maggio 2017

Dedicato a Cecilia Dionisi



L’arte di Cecilia Dionisi si fa incontrare senza preamboli, è presente, nuda, immanente a se stessa e a chi la guarda, perché uno solo è il suo accento, come universale è la poesia dei suoi quadri, che in una appassionata melodia ci immettono direttamente, felicemente nel cuore delle cose.
Un mondo dove il colore esulta, dove l’argomento è la vita nei suoi fiori, desiderio d’infinito e insieme di pace, e dove le creature della Natura rispondono a un appello inequivocabile, chiamate a esistere su tele dalle ricchissime tonalità cromatiche, che si offrono ai nostri occhi come allo specchio di una felice fantasmagoria.
Ci sentiamo accompagnati con estrema passione in paesaggi pieni di sole, di archetipi felici che sollevano l’animo in un grazie gridato a tutto il Creato, ripetuto come tema abbagliante in una sorta di estremo sorriso, che scavalca la drammaticità per vestire lo sguardo, ogni sguardo, ogni dolore, di una bellezza sposata per intero, di una confessione librata nell’aria, di visioni, di concrete allegorie.
E’ la testimonianza di un amore che ci conquista, ci ruba piacevolmente, ritraendo una vita che la luce accende e il colore conserva come un incontro, un lascito, un saluto che nel tempo veste la tela, e la restituisce in pennellate scroscianti: una festa della luce.
Ho incontrato Cecilia alla sua mostra per la festa di Sant’Aureliano, a Grottammare. Ne sono stata felice, rapita da questa sua visione devota, umile, gioiosa e giocosa, come da una resurrezione, un canto di lode alla vita, di amore per chi può soffermarsi a contemplare, a seguire l’istinto dell’Artista e a portarlo con sé.

Enrica Loggi

martedì 18 aprile 2017

Il colore della poesia


Le mie note a proposito della mostra "Il colore della poesia" di Emidio Mozzoni e Miriam Pasquali (in corso al Centro Pacetti di Monteprandone).




L’arte di Emidio Mozzoni è un perenne, variopinto e multiforme dialogo con il Creato: una mite protesta, che si traduce in durevole invocazione rivolta alla materia elementare (e per questo più preziosa), delle sue composizioni. Quanto viene costruito, descritto, assemblato in un atteggiamento interrogativo rivolto alla Natura, tra le spine di quanto è sofferto, torna a parlare un linguaggio d’amore. L’incredibile, direi sovrumana pazienza consiste nell’adoperare materiali minimi, raccolti tra le creature vegetali: piccoli rami, foglie, sassi amorevolmente adoperati a ricostruire un universo dove non si perda nulla, dove il lungo racconto diventa, a perdifiato, una canzone. Ciò che viene usato diventa un alfabeto a sé stante, duttile come una parola nuova, sussurrata, invocata, trascritta in una sorta di racconto biblico, dispiegata tra l’umiltà dei materiali che diventa splendore nelle foglie-oro con cui, ci dice Emidio, si celebra e festeggia la materia del suo dipingere.
L’Artista vive la sua purezza nella mite accusa fatta all’uomo che distrugge i frutti, i semi, i linguaggi, la bellezza che la Natura gli dona. La sua mano si muove insieme a una meditazione estrema, millimetrale. Il suo Tempo si traduce prezioso e umilissimo insieme.
Corona queste espressioni pittoriche, un brillio di forme che descrivono a volte dei profili di città luminosissimi, un vero Inno alla Vita che non vuole abbandonare il nostro sguardo, anzi spera di farsi essa stessa Paradiso, là più dove l’uomo è fallace.
Porto con me questa parola impressa, riscattata, innalzata in geometrie duttili e in piccoli mondi che raggiungono chi guarda con mille domande, e una risposta sola: Omnia vincit amor.

Enrica Loggi


Cara Miriam,
mi sono lasciata avvincere e trasportare dalle tue tele che ritraggono i fiori, ed altre sentinelle di una tua esclusiva, smagliante passione, trascritte con una cura da amanuense nel corpo del quadro. Il loro candore, come un soffio diafano, ha il coraggio tuo di esprimere un dato essenziale, di trascrivere il cuore dell’immagine che sembra quasi evocata magicamente, nel colore acquerello, o nel pastello che fedelmente seguono i profili delle tue “Still Life”.
In esse quasi t’immedesimi lasciando che queste creature policrome siano un tuo aereo ritratto, il tuo respiro, la tua contemplazione sincera e devota della impalpabile realtà che magicamente, proprio nella fedeltà tu trasfiguri e lasci che chi ti guarda entri segretamente e poeticamente (è così che tu ci accogli) nelle evocazioni di presenze che hanno un volto che oggi si trova raramente. E per questo si sono lasciate amare, meditandole e rispondendo al forte richiamo della Natura, della Vita, che minuziosamente raffiguri. Ma c’è in te uno slancio, un coraggio particolare: quello che trova nella semplicità la sua forza, e si ferma in un pronunciamento delicato ma stabile, vitale, nella vocazione di offrire il colore e a volte la perfezione dei temi. C’è in te quasi una risposta a una preghiera: quella che celebra l’erba dei prati, le cromie di un paesaggio raffigurato in più vesti, e di volta in volta il procedere della sua finezza, che è quella del tuo cuore, e di una fedeltà riposta nel colore a volte evanescente, come un sospiro, come la forma elementare di un sogno ad occhi aperti.

Enrica Loggi


sabato 25 marzo 2017

Dedicato a Claudia Cundari



La felicità, la gioia rutilante delle immagini di Claudia Cundari attinge ad un paesaggio dove l’anima discorre con la centralità della materia, fatta di tinte magiche oscillanti verso un cielo che accarezza il suo infinito.
Le forme si agitano come per un vento celeste, e coprono la tela di incanti, sogni che si destano nella ininterrotta cromia e si pronunciano in accenti d’amore e tenerezza, scanditi da Claudia con mano trepida e felice.
Il paesaggio ha come centro il mondo femminile e le sue tremule malinconie, che dilatano lo sguardo di dolci creature muliebri e lo rendono permeabile ad un sogno rincorso mentre il loro io profondo langue e gioisce all’unisono.
Gli sfondi racchiudono una debordante umanità, che indirizza le immagini verso un mondo lieto e pensoso, caratterizzato da un avvicendarsi dei colori e delle forme in uno spazio guizzante e luminoso che solo il cuore della Pittrice sembra conoscere.
Da un’esperienza d’amore e dedizione vengono questi ritratti, volgono a noi un sorriso candido come neve, mobile come un giunco. Sono figure che emergono da un dettato fantastico e incoronano come umane ghirlande la superficie della tela, lasciando ai nostri occhi tutta la meraviglia, lo stupore incessante, l’incanto ripetuto ad ogni “formella” dove si svela e si rivela l’anima di Claudia mescolata alla gioia dei suoi occhi.

Enrica Loggi


lunedì 6 marzo 2017

Recensione di Maria Grazia Maiorino a "PoesiEnricaLoggi"


"Le scarpe bianche dei poeti". 

Conservo, all’inizio di un mio taccuino, la poesia ricopiata a mano che comincia così: “ I poeti sono soli, /col loro inverno / le scarpe bianche per uscire la domenica / le ali stropicciate …” 
Mi piace ricordarla tra quelle ricevute in anteprima dalla voce di Enrica al telefono o, in altri tempi, per lettera. In confidenza e corrispondenza d’amore per la poesia, sussurrato nelle dediche e vissuto da vicino e da lontano, fedele anche nei silenzi. 

E questo mi dà gioia ora sfogliando il quaderno n. 1 di UT nella veste damascata della sua bella copertina, bianca e nera come le rondini, come i poeti che sono i loro compagni migranti. Sì, fui colpita in quella poesia dal dettaglio di un candore-ricordo delle nostre infanzie, che balena anche qui, fin dall’ esergo di Holderlin, i cui versi additano lo spirito dei cercatori di consistenza e memoria, sempre in bilico “di terra in terra cercando un’estate lontana”.
Rientro nel mondo di UT attraverso il canto libero di Enrica, unendo anello ad anello, facendone ghirlanda e corona, immagini anche a lei care, parole femminili dalle molte suggestioni, figure di armonia e unione – rose e spine, vita e morte, opposti raccolti nel grembo di un tutto. 

E’ bello che il florilegio si apra con una poesia sulla madre, ricordata pensando al tema L’oblio: i contorni subito si sfaldano vestendo i colori delle alghe e le iridescenze dell’acqua, trasmutandosi nell’immaginario di una figlia che poeticamente abita il mondo, e si rivolge a lei come al suo  “pruno argenteo, / figura senza il tempo”… una forma di giorni, di brine / che tu disfi / perdendo / la memoria / nella stagione / del mio respiro”.
L’alfabeto della poesia è questa continua traduzione del vissuto, questa ricerca di una coincidenza di suono e senso per dire l’enigma di una voce che parla dalle profondità dell’animo umano, dove riposano le grandi universali figure degli archetipi e dei simboli. Dove gli opposti non si elidono ma si completano, dove le soglie sono orli di svelamenti e lo scorrere del tempo è vitale e infinita scoperta. Il microcosmo di un borgo “piccolo come una mano, / grande come un cappello parasole” rispecchia un intero mondo in cui le parole sono palme, sono nuvole e onde, scie e sassi, sabbia e silenzio. 
Tutti gli esseri appaiono sull’orlo di parole, compresi gli oggetti tirati fuori un giorno per caso dai cassetti della dimenticanza. Ritorniamo al filo rosso dei temi di UT, Il caso, per esempio, emblematico tessitore di coincidenze. Per me ci fu l’intento di dare voce in una piccola ballata a una statuina di terracotta che mi portavo dietro da un viaggio dei vent’anni (e con infantile gratitudine ringraziai UT di questo “battesimo”); per Enrica riaffiorò il vecchio kimono acquistato al mercato di Ercolano: “… questa piccola fortuna / trovata che avevo vent’anni / e tornata qui ed ora / che è quasi carnevale”. E un’altra volta: “la collana di vetro ripescata / rotta nella chiusura / pasticciata / indossata una sera / color di caramella / ricordo di un’amica / da non vedere più. / Un dono estivo, di bancarella”. (L’indiscrezione), affioramento un poco simile alla veste comprata dai cinesi: “Era bella e sottile, piccolo sogno di campana. / Giovinezza in transito per strade di sole.” (La fragilità). 
Gli oggetti diventano anch’essi paesaggi d’anima, impregnati come sono di noi, delle nostre storie e di quelle dei paesi lontani del sogno e della carta geografica. Il talento di un poeta si rivela magicamente fin dall’infanzia, ha la necessità che il cuore rimanga bambino, e qui il mistero è affidato a un tenerissimo ricordo che risuona nel dialetto del paese natale, Monsampolo del Tronto, nella poesia intitolata “Da frchina”, in cui la bambina sente per la prima volta le corde “parlare” uscendo dalla pancia di legno di una chitarra, “cuoricino mio sprofondato!”
Il poemetto della neve nasce dalle acque tumultuose e debordanti di un sogno, specchiandosi nell’amore di mandorla amara per la sorella Marisa alla quale è dedicato. Il medium fra sé e l’altra è la neve, presenza polisemica oscillante tra fantasia e pietas, tra stupore e gelo, ricordi sepolti e desiderio infinito di parole che possano ammantare, esprimere la bellezza di ogni dettaglio, sciogliere nodi e aprire a un’altra riva del mondo. E’una poesia di metamorfosi e anelito alla trasparenza, un monologo interiore che, nell’impossibilità di un dialogo vero, ricostruisce il rapporto donando generosamente l’intimità del suo sentire cosmico e musicale. A chi? Questo il poeta non lo sa, ma è fiducioso che a qualcuno la sua parola possa arrivare.

“Ho sognato a volte i fiordi
scesi in un mio nome straniero
nel mio nome che viene da lontano.
Ma tu non puoi vedere, sei tutta nel mio racconto
sono un minuscolo aedo, ho la voce più chiara.

Mutano
Le mie fattezze, perché la neve
va sciogliendomi il viso, mi cambia
in una delle sue facce
di calce tenue, un impasto
che serra e che apre
a un’altra riva del mondo”.

“Credo che nello spazio si librino tante domande disperate, inevase, oscillanti dagli uni agli altri e che, se ciascuno – a suo modo e secondo le proprie capacità – cominciasse ad affrancarle da quella disperata ricerca, fornendo loro una risposta, una dimora, non ci sarebbe una tale terribile messe di domande senza un tetto. E non c’è legislazione sociale che possa rimediare  a questa loro condizione di senzatetto”. Leggo questo passo nel Diario di Etty Hillesum (Adelphi 2012), mentre sosto tra i versi di Enrica Loggi e mi viene spontaneo concludere con questa citazione, perché sono convinta che essa si addica al suo modo di accogliere la molteplicità delle voci che salgono a noi dall’invisibile, riscattandole dalla condizione di senzatetto e dando ad esse nascita e dimora nell’interrogazione ininterrotta in cui consiste ogni autentica poesia.

Maria Grazia Maiorino