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domenica 21 giugno 2009

Le "selci" di Francesco Lucidi

Francesco Lucidi mi accompagna attraverso il suo studio muovendosi lui stesso come un ospite, tra sagome di gesso, bronzo, cera e segni che creano nella grande stanza un clima di operosità dolce, lontana dalle mode, un intenso scenario, il tema di un racconto di vita che si anima di una sua storicità e autorità quasi non voluta, una favola d'artista. Dico favola perchè è nel segno di una ormai introvabile umanità che Francesco lascia sul suo cammino queste tracce, che adombrano una fede antica nell'arte e un'umiltà nell'incarnarla, grande quasi come l'ideazione dei corpi danzanti di un suo "omaggio a Matisse" e ricca come l'ultima sua produzione: una serie di proposte che riguardano la semplice pietra, levigata fino a ricavarne superfici appena mosse, traspiranti, dalla forma irregolare, frammentata ad arte.
Selvaggia e preziosa allo stesso tempo, la "selce" è quasi un gioiello primitivo in cui il bronzo interviene come un castone, vibrando in rappresentazioni minimali della fertilità, accanto a citazioni dalle Scritture, che armonizzano la nudità della pietra con l'animazione del racconto, in un contrappunto estetico-morale vivo come una sigla. La successione delle "selci", che si dispongono su supporti di legno colorato, risale le epoche dell'arte col suo passo mistico, è storia e preistoria di sè, e vive questa duplicità in un intenso vibrare di senso, linguaggio velato e rivelato insieme, che chiede allo sguardo di raccogliersi in un'intensa sosta.

Enrica Loggi

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