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mercoledì 9 ottobre 2013

“Noli me tangere”: Giuseppe Biguzzi alla Galleria Marconi





Se dovessi dare un nome alla modella che ha posato per i quadri in mostra a Cupramarittima fino al 19 ottobre, faticherei non poco, vista la discrezione delle pose in cui è ritratta; a testa bassa, come un fiore tortile, rannicchiata a proteggere una sua femminilità uscita da poco dall’adolescenza e affacciata a una vita forse solo d’immagine, fiorita un giorno solamente, per dirla con De Andrè, tanto provvisorio e labile mi sembra il suo apparire, sulla scena della tela, chiusa da un unico segno nero che ne intaglia tutto il corpo e lo sospende aldilà del luogo e del tempo.

Lo sfondo è piatto e d’un solo tono perlaceo, ripetuto ogni volta, siglato nel suo silenzio incorporeo, come una pagina dove si legge il presente di questa preziosa silhouette senza passato, negli abiti che cambiano colore come i suoi giorni di “spleen”, e descrivono le pose di un corpo che si ritrae, diresti che si nega, rivelandosi per un incarnato straordinariamente vivo e quasi dolente, morso da una luce che sembra accendere la pallida figura dal di dentro, come una lampada antropomorfa, animata da un estenuato soffio vitale, prossima ad essere l’astrazione di se stessa: personaggio, fabula vivente un suo crepuscolo precoce, femminilità che contesta, che si mostra in negativo, volgendosi altrove, chiamando uno spettatore ignoto, lontano o forse inesistente.

Così, il dato figurativo, che chiama Gustav Klimt, o forse più ancora la controversa femminilità dei quadri di Egon Schiele, sfocia nell’astrazione per via di una concettualità dominante, e la figura che di tela in tela ci viene mostrata ha la simbolicità di una carta da gioco: effetto magico conseguito dall’artista Giuseppe Biguzzi schiacciando le prospettive, cancellando gli sfondi e rendendo straordinariamente contemporanea questa bionda creatura che non si fa toccare, che si mostra addirittura di schiena, come l’opposto di una Paolina Borghese d’altri tempi: a travestirla, un soffio d’ironia dolorosa.

Una pittura (bentornata in un mondo di fotografie) che conosce la sua strada passando attraverso l’eco della didascalia, quando non del fumetto, salva per la cura mimetica dei particolari, per l’impostazione narrativa che si fa ben accogliere nel nostro presente di flashes, di black-out , di colpi di scena.

Enrica Loggi

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