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Visualizzazione post con etichetta Visioni dell' Arte. Mostra tutti i post
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07/05/17

Dedicato a Cecilia Dionisi



L’arte di Cecilia Dionisi si fa incontrare senza preamboli, è presente, nuda, immanente a se stessa e a chi la guarda, perché uno solo è il suo accento, come universale è la poesia dei suoi quadri, che in una appassionata melodia ci immettono direttamente, felicemente nel cuore delle cose.
Un mondo dove il colore esulta, dove l’argomento è la vita nei suoi fiori, desiderio d’infinito e insieme di pace, e dove le creature della Natura rispondono a un appello inequivocabile, chiamate a esistere su tele dalle ricchissime tonalità cromatiche, che si offrono ai nostri occhi come allo specchio di una felice fantasmagoria.
Ci sentiamo accompagnati con estrema passione in paesaggi pieni di sole, di archetipi felici che sollevano l’animo in un grazie gridato a tutto il Creato, ripetuto come tema abbagliante in una sorta di estremo sorriso, che scavalca la drammaticità per vestire lo sguardo, ogni sguardo, ogni dolore, di una bellezza sposata per intero, di una confessione librata nell’aria, di visioni, di concrete allegorie.
E’ la testimonianza di un amore che ci conquista, ci ruba piacevolmente, ritraendo una vita che la luce accende e il colore conserva come un incontro, un lascito, un saluto che nel tempo veste la tela, e la restituisce in pennellate scroscianti: una festa della luce.
Ho incontrato Cecilia alla sua mostra per la festa di Sant’Aureliano, a Grottammare. Ne sono stata felice, rapita da questa sua visione devota, umile, gioiosa e giocosa, come da una resurrezione, un canto di lode alla vita, di amore per chi può soffermarsi a contemplare, a seguire l’istinto dell’Artista e a portarlo con sé.

Enrica Loggi

18/04/17

Il colore della poesia


Le mie note a proposito della mostra "Il colore della poesia" di Emidio Mozzoni e Miriam Pasquali (in corso al Centro Pacetti di Monteprandone).




L’arte di Emidio Mozzoni è un perenne, variopinto e multiforme dialogo con il Creato: una mite protesta, che si traduce in durevole invocazione rivolta alla materia elementare (e per questo più preziosa), delle sue composizioni. Quanto viene costruito, descritto, assemblato in un atteggiamento interrogativo rivolto alla Natura, tra le spine di quanto è sofferto, torna a parlare un linguaggio d’amore. L’incredibile, direi sovrumana pazienza consiste nell’adoperare materiali minimi, raccolti tra le creature vegetali: piccoli rami, foglie, sassi amorevolmente adoperati a ricostruire un universo dove non si perda nulla, dove il lungo racconto diventa, a perdifiato, una canzone. Ciò che viene usato diventa un alfabeto a sé stante, duttile come una parola nuova, sussurrata, invocata, trascritta in una sorta di racconto biblico, dispiegata tra l’umiltà dei materiali che diventa splendore nelle foglie-oro con cui, ci dice Emidio, si celebra e festeggia la materia del suo dipingere.
L’Artista vive la sua purezza nella mite accusa fatta all’uomo che distrugge i frutti, i semi, i linguaggi, la bellezza che la Natura gli dona. La sua mano si muove insieme a una meditazione estrema, millimetrale. Il suo Tempo si traduce prezioso e umilissimo insieme.
Corona queste espressioni pittoriche, un brillio di forme che descrivono a volte dei profili di città luminosissimi, un vero Inno alla Vita che non vuole abbandonare il nostro sguardo, anzi spera di farsi essa stessa Paradiso, là più dove l’uomo è fallace.
Porto con me questa parola impressa, riscattata, innalzata in geometrie duttili e in piccoli mondi che raggiungono chi guarda con mille domande, e una risposta sola: Omnia vincit amor.

Enrica Loggi


Cara Miriam,
mi sono lasciata avvincere e trasportare dalle tue tele che ritraggono i fiori, ed altre sentinelle di una tua esclusiva, smagliante passione, trascritte con una cura da amanuense nel corpo del quadro. Il loro candore, come un soffio diafano, ha il coraggio tuo di esprimere un dato essenziale, di trascrivere il cuore dell’immagine che sembra quasi evocata magicamente, nel colore acquerello, o nel pastello che fedelmente seguono i profili delle tue “Still Life”.
In esse quasi t’immedesimi lasciando che queste creature policrome siano un tuo aereo ritratto, il tuo respiro, la tua contemplazione sincera e devota della impalpabile realtà che magicamente, proprio nella fedeltà tu trasfiguri e lasci che chi ti guarda entri segretamente e poeticamente (è così che tu ci accogli) nelle evocazioni di presenze che hanno un volto che oggi si trova raramente. E per questo si sono lasciate amare, meditandole e rispondendo al forte richiamo della Natura, della Vita, che minuziosamente raffiguri. Ma c’è in te uno slancio, un coraggio particolare: quello che trova nella semplicità la sua forza, e si ferma in un pronunciamento delicato ma stabile, vitale, nella vocazione di offrire il colore e a volte la perfezione dei temi. C’è in te quasi una risposta a una preghiera: quella che celebra l’erba dei prati, le cromie di un paesaggio raffigurato in più vesti, e di volta in volta il procedere della sua finezza, che è quella del tuo cuore, e di una fedeltà riposta nel colore a volte evanescente, come un sospiro, come la forma elementare di un sogno ad occhi aperti.

Enrica Loggi


25/03/17

Dedicato a Claudia Cundari



La felicità, la gioia rutilante delle immagini di Claudia Cundari attinge ad un paesaggio dove l’anima discorre con la centralità della materia, fatta di tinte magiche oscillanti verso un cielo che accarezza il suo infinito.
Le forme si agitano come per un vento celeste, e coprono la tela di incanti, sogni che si destano nella ininterrotta cromia e si pronunciano in accenti d’amore e tenerezza, scanditi da Claudia con mano trepida e felice.
Il paesaggio ha come centro il mondo femminile e le sue tremule malinconie, che dilatano lo sguardo di dolci creature muliebri e lo rendono permeabile ad un sogno rincorso mentre il loro io profondo langue e gioisce all’unisono.
Gli sfondi racchiudono una debordante umanità, che indirizza le immagini verso un mondo lieto e pensoso, caratterizzato da un avvicendarsi dei colori e delle forme in uno spazio guizzante e luminoso che solo il cuore della Pittrice sembra conoscere.
Da un’esperienza d’amore e dedizione vengono questi ritratti, volgono a noi un sorriso candido come neve, mobile come un giunco. Sono figure che emergono da un dettato fantastico e incoronano come umane ghirlande la superficie della tela, lasciando ai nostri occhi tutta la meraviglia, lo stupore incessante, l’incanto ripetuto ad ogni “formella” dove si svela e si rivela l’anima di Claudia mescolata alla gioia dei suoi occhi.

Enrica Loggi


04/10/16

Note su "Rewriting", la nuova mostra di Fabrizio Mariani



L’opera di Fabrizio Mariani si muove nello spazio di una vivace, poliedrica citazione culturale, sempre più raffinata. I temi che essa svolge vivono una ripetuta messa in scena dei voli di una forte fantasia tenuta desta da una serie di immagini che si distribuiscono sulle tele cavalcando egregiamente il detto e il non detto, il dicibile e l’indicibile. Sono figure, orme della vita che si va sminuzzando per trascrivere i reperti di esperienze distribuite con ironia ed amore, finezza ed invenzione. I colori e i temi ri-scrivono un percorso che si va svolgendo davanti agli occhi come una nuovissima natura-morta, stilizzata nelle forme che vanno dall’astratto alla figurazione volutamente dissimulata.
Brillano i colori tenui o forti in un racconto segreto e insieme rivelato, purchè lo sguardo incontri la dinamica fertile dell’artista e si lasci trasportare, quadro dopo quadro, fino all’installazione, per le vie gentili ed unanimi di un respiro poetico. Una sottile discrezione fa sì che i significati si lascino indovinare, ci lascino ricalcare i passi di un gioco narrativo che dona il suo respiro ininterrotto, che si scrive e si ri-iscrive in noi, in un ripetuto incontro col suo finissimo humour, che altro non chiede che di farci luce, di appartenerci.

Enrica Loggi

03/07/16

Un magnifico silenzio. La pittura di Elena Giustozzi




Elena ci ha offerto, come in un microcosmo, una rassegna di dipinti che si srotolano sulla tela e la colmano narrandosi. Sono immagini di un sottobosco che si ripete e che illustra foglie, steli, elementi naturali di vario tipo, rasentando il ricordo di una primavera folta che parla nei suoi colori o tace nei suoi profili. Le immagini infittiscono e penetrano un piccolo universo diventato padrone delle tele che, se viste da vicino, testimoniano un grande e raffinato lavoro esteso a tutta la loro superficie, come per un “horror vacui” che sappia stendere attraverso sé un magnifico silenzio, che è quiete ed inquietudine, conoscenza e oblio.
Le tele creano nel vano della Galleria Marconi un arabesco dalle tinte ovattate, dove la Natura sembra riservare per sé i suoi segreti, ed a noi lascia il talento della contemplazione, per cui davanti a un dipinto costellato di colori variegati, noi siamo chiamati tacitamente a interrogare con lo sguardo e insieme ad adagiarci virtualmente su questi tappeti di foglie che si offrono miti e ripetono le loro domande enigmatiche e insieme chiaroveggenti.
Ci riempie di ammirazione il grande impegno che Elena ha profuso per far sì che nulla si cancelli davanti ai nostri occhi e nella nostra memoria e che i passi della narrazione richiamino l’un l’altro un tessuto di parole entro cui volentieri ci addentriamo, centimetro per centimetro, senza riuscire a pronunciare la parola “fine”, ma promettendo allo sguardo altri incontri, in un infinito che si dispiega e ci sostiene.

Enrica Loggi


05/05/16

“L’essenziale è invisibile agli occhi”. La mostra di Giovanni Alfano alla Galleria Marconi



Luci ed ombre, chiaroscuri per una pittura che veste il suo pronunciarsi come un’indagine del mistero. Le immagini in mostra sono disegnate a matita, con tratti finissimi vengono letteralmente “evocate” figure di bimbi con le piccole mani che si schermiscono, che nascondono il viso davanti agli occhi di chi guarda, quasi a ricordare l’importanza di tutto ciò che non si riesce a vedere, o che non si può vedere per la gran pena, per un ricordo inenarrabile che questi bimbi hanno nel loro cuore, nei grembiulini scolastici che vestono in ripetuti toni grigi la nostra visione, e silenziosamente parlano di sé, di noi che guardiamo, che possiamo anche noi nasconderci a una luce impossibile. Il disegno è millimetrale, vivamente perfetto. Ci conduce per mano nelle storie reiterate di questi bimbi, che sono proprio così, pieni d’amore e soggezione, e ci rimandano un’immagine di noi, commossi,  in attesa di schiudere le mani per un sogno fecondo, per una luce che s’intravede all’interno del vano della galleria, dietro una tenda nera che è veramente un sipario. Aldilà di essa la scena, il sacello della più profonda voce che l’Artista ci può trasmettere, nelle sagome delle stesse manine insieme ad altre immagini di adulti a volto coperto che s’accendono attraverso piccole lanterne, e sono immagini votive, certe speranze, purché si abbia il coraggio e l’amore di ricordare agli occhi ciò che non si vede, ma si spera di scorgere sul proprio cammino come una leggenda, una fiaba nascosta in vena di rivelarsi. Ed ecco che lo sguardo acquista consapevolezza! I dolci bambini silenti rovesciano dietro un sipario di clemenza e d’attenzione il loro piccolo cuore, e noi ripetutamente fermiamo gli occhi sulla loro stessa visione, diventiamo piccini e ci convertiamo alla luce fioca e a quella piena, con le parole che sfuggono ogni dove e si trasformano in colorate veggenze.

Enrica Loggi

26/03/16

“Icone 2013”. I ritratti di Marco Fulvi a “L’Altro Spazio” di Grottammare.



Il pomeriggio di ieri l’ho dedicato alla mostra di pittura riproposta dall’amico e collaboratore di UT (nel numero dedicato a “La tenerezza”), Marco Fulvi a Grottammare Alta, Piazza Peretti, presso il negozio di antiquariato e prodotti artigianali “L’Altro Spazio”, un luogo dall’aspetto assolutamente inedito, quasi una galleria sui generis. In tre stanze intercomunicanti appare  una scenografia di grande suggestione, che accoglie originalissime creazioni in un habitat di estrema raffinatezza, come uno scrigno che si offra delicatamente allo sguardo. Si entra ed una leggera penombra accoglie sulle pareti turchine i ritratti di Marco, di un’umanità  affidata a una tenace memoria: tante “icone”, volti rivissuti in profondità, colti in un loro momento irripetibile, quasi pronunciassero una sola, vergine parola con lo sguardo teso a illuminare il loro carattere, ad incontrare vis-à-vis chi arriva di volta in volta. 

Sono immagini che entrano immediatamente in dialogo con chi guarda, chiedono, raccontano l’esperienza del colore, la pazienza millimetrale dell’Artista e il momento irripetibile dell’ultima pennellata, quella che lo congeda dal quadro e lo affida ad un divenire di cui tutti restiamo partecipi.
La tecnica pittorica, tempera ad uovo su tavola, è antichissima, e Marco dice di averla appresa a Firenze, da una suora pittrice di icone religiose.



Ogni quadro si posa, si adagia nel calore estetico ed estatico dell’ambiente, chiama elegantemente narrando dell’ incontro tra sé e l’Autore, in una forma viva di amore, lontana da ogni esibizione, promuovente una pittura classica ma anche incredibilmente nuova, fiduciosa, misteriosa ma accogliente, che invita a formulare parole ed elargire emozioni a chi visita queste stanze piene di un onesto e prezioso antiquariato che per qualche squarcio di tempo ci ha strappati alla quotidianità.

(Informazioni sull’Artista: www.marcofulvi.it )

Enrica Loggi


La mia nota critica alla prima mostra di “Icone 2013”:

http://nelsoffiodellapoesia.blogspot.it/2013/07/marco-fulvi-icone-2013-la-mostra-al.html

18/03/16

Le meditazioni pittoriche di Vincenzo Lopardo





Si è appena conclusa la mostra di Vincenzo Lopardo al Centro Pacetti di Monteprandone. 
Quella di Lopardo è un’arte profondamente allusiva, che attinge ad immagini-icone migranti da una tela all’altra, dispiegate in sagome ricorrenti, come note vivaci di un pentagramma, semi coloratissimi, enigmi sorridenti.
Sono creazioni silenziose che suggeriscono elementi tra il figurativo e l’astratto, vive nei colori come in piccoli grandi reperti che alludono al cromatismo di una natura lieta e perfino ricca di uno speciale humour.
Sono segni che si rincorrono, ad esprimersi in una serie di colori sovrapposti che reinventano tele o anche tavolette di legno quasi a dare l’immagine di un passaggio,  di un policromo pellegrinaggio, orme di una fantasia continuamente fertile, grandemente positiva.
I quadri vivono come testimonianze di ciò che l’Artista ha meditato, sintomaticamente  lasciando tracce che accendono le pareti e rimandano a nuovi concetti, a tematiche ancora a venire.

Enrica Loggi
Ulteriori informazioni: www.vincenzo-lopardo.it 




22/07/15

Marco Fulvi: "Rovine". La mostra a Offida (AP) al Museo Palazzo De Castellotti, dal 25 Luglio all' 8 Agosto 2015



Case in rovina come fantasmi in cui l’avanzare del Tempo ha depositato le sue orme, i segni della vita che continua nei muri sconnessi, sotto cieli azzurrini o decisamente verdi, case antiche dove ad abitare è rimasta l’erba, sottile o folta come una capigliatura che s’insinua nel disegno dei muri quasi a tenerli stretti in un unico respiro.
Queste case si stampano viventi - morenti contro il cielo in pieno sole, abitano un destino di silenzio e come di attesa. Nessuno osa toccare questo disegno di volti che si aprono insieme alle porte, alle finestre, per tratteggiare lentissimamente il volere, il fulgore di un fertile abbandono. In realtà esse sono i profili di un unico volto, ritagliato tra le spoglie della Natura, un volto che le accompagna e a volte premurosamente cancella le sagome dei vecchi muri per riempirle di effluvi, di silenzi vistosamente languenti, di cespugli che ingigantiscono quasi a proteggere quanto è rimasto di una vita intera senza cedere alla morte. 

Sono parvenze di un passato, tratteggiate con la pittura ad olio minutamente, col sentimento dell’Artista che ha deciso di salvarne l’aspetto riproducendo uno, due, tanti volti che poi sono le vestigia di un volto solo, la cui bellezza sconfina in una grazia fertile e sommessa, un linguaggio ripescato e immortalato da uno stile pittorico volutamente gentile e quasi religioso. I colori delle superfici oscillano tra il marrone e il verde con un equilibrio e un fare meditativo che ci invita a trattenere lo sguardo al loro procedere  infinitesimo e paradossalmente eloquente, ad un discorso che ci chiama ad assumere nella memoria degl’improvvisi silenzi.
Ci chiediamo quanto dureranno questi simulacri che il Tempo non vuole abbandonare e mentre trascorre su di essi promette un altro futuro, una presenza modesta ma tenace, come i vecchi mattoncini minuziosamente raffigurati. E ognuno di loro ha una storia calda e insieme fugace, sensibile e audacemente provvisoria.
Il tempo in fuga è il sigillo di queste sagome invase dai ricordi, sopravvissute, vestite dell’abito di una ridente povertà, che trascorre e benedice ciò che è stato, accarezza ciò che sarà. Dalla prima all’ultima esse si sorreggono l’un l’altra, e promettono un abbecedario vivente, che ci accompagna in un sogno fulgido e delicato.

Enrica Loggi



22/02/15





Vive al Flauto Magico, in una cornice ideale, perché fatta di penombra e luci, accoglienza e spazio d’incontro, questa mostra che si cala nel ventre di un’ideale città, che forse tutti vorrebbero conoscere tanto è variopinta e ammiccante, specchio di una vita intensa, che rivela l’animo della Pittrice, in bilico tra sogno e veglia, desiderio e realtà.
L’astrazione è qui fermata nell’immagine che si slancia, rotola, si moltiplica e teneramente chiede ascolto. Ogni dipinto ci sveglia, ci scuote, ci accompagna nel suo viaggio fatato, tra le luci di finestre che occhieggiano e pareti che si moltiplicano, si smagliano, raggiungono il colore e lo offrono, nel cuore di una fanciullezza dello sguardo che si ripete ed è silenzio e festa. 
E.L.

01/10/14

A Grottammare Alta, un museo per il Tarpato


Lo conoscevo. Ero entrata più volte nel luogo dove vivevano i suoi quadri e lui, silenzioso, vivente il dolore visibile della sua esistenza, si ritirava come per nascondersi a qualsiasi possibile mondanità: una bottega da autodidatta in Piazza Peretti a Grottammare Alta, il borgo scosceso che abitava la sua pittura, nella realtà come nel sogno. Giacomo Pomili il suo nome. Il Tarpato, la firma della sua arte che evocava un disagio lungo anni, la fatica di sciogliersi alla vita, di tradursi per il mondo. Silenzioso, guardava i visitatori della sua “bottega” dietro una specie di sorriso restìo. I quadri erano allora disposti confusamente, ma non si faceva fatica a coglierne un’inusitata bellezza, singolare e forestiera, per niente dilettantesca.
La sua città gli ha dedicato un museo a sedici anni dalla morte. Un luogo pieno di suggestione che era stato l’antico forno del borgo, a un passo dal Teatro dell’Arancio, dunque nel cuore del vecchio incasato e prospiciente la sua” storica” bottega, ora irriconoscibile in un festoso e turistico baretto.
Nel luogo nuovo, i quadri sono la festa del pubblico accorso all’inaugurazione. Cosa ne avrà pensato il Tarpato che in età avanzata non voleva neanche venderli, che non faceva mostre, che non ritirava premi?


E da quale piega della sua fantasia sgorgano le sue creature, che hanno in sé una festa non più segreta, i passi di un sogno durevole, che accompagna la visione di una Grottammare trasfigurata, percorsa da un vento di misteriosa allegria, in un fascino che avvince ai colori, alle forme di quest’arte di passione e magia?
E forse non solo allegria, ma stupore, per i piccoli uccelli in volo sopra cuspidi di chiese, vestiti di piume variegate, gli animali esotici nelle loro innocenti trafile, la prospettiva sghemba delle vie e della città immersa nel suo cielo, percorsa da strade che l’annodano come nastri salendo e scendendo fino al mare, o al trenino dove s’imbarca un viaggio per un nonsodove che ci trascina nel paese interiore di Giacomo, un uomo-fanciullo…


E ancora barchette, piccole vele dai colori mescolati con la sincerità e l’ingenuità della sua anima primitiva, capace di vedere insieme, nella neve e nella notte, gl’innumerevoli tetti di Grottammare che posa lungo la sua riviera, un mare che è anche ruscello azzurro, mentre la luna si tinge di rosso e i dorsi delle colline si lasciano arrampicare dalle case, crepitano nei tetti rossi o blu, fervono in una convivenza a cui il cuore  le ha unite, occhieggiano come dimore di una comune infanzia.
Vedere i quadri insieme è come un risveglio, un’immersione nell’arte del Novecento, perché vi ritroviamo inconsapevoli ( o forse no) rimandi a Dufy e a Chagall, perfino a Picasso, e il comporre del Tarpato ha un èsprit che non si può restringere in una definizione di naif per la sua arte, ma muove da un’intuizione che s’inoltra, una percezione onirica e insieme sapiente, come filtrata da una segreta fiducia in chi guarda e può ancora rallegrarsi per il colore, l’ altrove di questi dipinti sospesi fra il cielo e la terra come aquiloni.


E adesso mi rendo conto che il silenzio di Giacomo era il suo abitare questa città sconosciuta, conoscere il canto di una terra di colori dove nessuno poteva entrare, perché non avrebbe capito…
Questo mite universo è ora un bene di tutti, una strada segreta per cui attraversare il sogno di un uomo diverso dagli altri, un custode di umanità, il sorriso e lo sgomento delle sue figure femminili, del suo autoritratto, giocoso ma anche austero, il profilo bianco del suo inseparabile Lupo, il cane che aveva trovato randagio ed è diventato una sigla pittorica. Sorriso e sgomento di fronte a una pittura “seria”, che auspichiamo raggiunta presto dagli addetti ai lavori per essere inserita a buon diritto nel panorama della nostra arte del Novecento.


Enrica Loggi

04/12/13

Su "London", l'ultima mostra di Stefano Taffoni





Non sono mai stata a Londra, ricordo “Penny Lane” dei Beatles e “…there beneath the blue suburban skies”, che è un verso di quella meravigliosa canzone, e potrebbe fare da colonna sonora a queste foto, dove appaiono cieli suburbani accanto a panoramiche della City e i personaggi in mostra evocano bene uno humour che è lo stesso che si sente nella canzone… Vengono fuori “visti per il ricordo”, in un florilegio che ripercorre uno sguardo carico di stupore, per cui si va tra mirabilia e minimalia nel “mood “ di questa città, grandiosa in una sorta di voluta “sproporzione” ottica con chi la ritrae e ce la comunica come gli è apparsa, come se lo sguardo fotografico coincidesse con la prima impressione che hanno registrato gli occhi: effetto non facile da ottenere.

Questo tipo di ricerca, per cui vale e calza il motto picassiano “Io non cerco, trovo” manca felicemente di ogni intenzionalità letteraria, e si concede così in una veloce leggerezza che suggerisce, e oltre che documentare, ha il grande pregio di divertire, di comunicare entusiasmo.

E’ così che le immagini si accalorano di luci che attraversano gli “interni” e tinte squillanti di “fenomeni” registrati nelle strade e colti al volo, come le orchestrine ambulanti, il sorriso di una bambina che vende piccoli dolci in un vassoio, all’aria aperta, “a pretty nurse is selling poppies from a tray” (da Penny Lane, ancora), i capelli rossi in un fiocco di un’altra bimba che avviano tutto un frizzante caleidoscopio, che è un altro dei portavoce di questo “taccuino di viaggio”, singolare chat con una città, con le luci delle sue vetrate, le sue cattedrali nel deserto che riescono ad apparirci senza drammi, i suoi salti di prospettiva giostrati come piccoli zoom. Perfino un ricordo delle Olimpiadi 2012 risolto in un affollarsi di facce, di fans che guardano tutti nella stessa direzione, col naso all’aria: una vignetta, un tocco Zen.


Enrica Loggi

09/10/13

“Noli me tangere”: Giuseppe Biguzzi alla Galleria Marconi





Se dovessi dare un nome alla modella che ha posato per i quadri in mostra a Cupramarittima fino al 19 ottobre, faticherei non poco, vista la discrezione delle pose in cui è ritratta; a testa bassa, come un fiore tortile, rannicchiata a proteggere una sua femminilità uscita da poco dall’adolescenza e affacciata a una vita forse solo d’immagine, fiorita un giorno solamente, per dirla con De Andrè, tanto provvisorio e labile mi sembra il suo apparire, sulla scena della tela, chiusa da un unico segno nero che ne intaglia tutto il corpo e lo sospende aldilà del luogo e del tempo.

Lo sfondo è piatto e d’un solo tono perlaceo, ripetuto ogni volta, siglato nel suo silenzio incorporeo, come una pagina dove si legge il presente di questa preziosa silhouette senza passato, negli abiti che cambiano colore come i suoi giorni di “spleen”, e descrivono le pose di un corpo che si ritrae, diresti che si nega, rivelandosi per un incarnato straordinariamente vivo e quasi dolente, morso da una luce che sembra accendere la pallida figura dal di dentro, come una lampada antropomorfa, animata da un estenuato soffio vitale, prossima ad essere l’astrazione di se stessa: personaggio, fabula vivente un suo crepuscolo precoce, femminilità che contesta, che si mostra in negativo, volgendosi altrove, chiamando uno spettatore ignoto, lontano o forse inesistente.

Così, il dato figurativo, che chiama Gustav Klimt, o forse più ancora la controversa femminilità dei quadri di Egon Schiele, sfocia nell’astrazione per via di una concettualità dominante, e la figura che di tela in tela ci viene mostrata ha la simbolicità di una carta da gioco: effetto magico conseguito dall’artista Giuseppe Biguzzi schiacciando le prospettive, cancellando gli sfondi e rendendo straordinariamente contemporanea questa bionda creatura che non si fa toccare, che si mostra addirittura di schiena, come l’opposto di una Paolina Borghese d’altri tempi: a travestirla, un soffio d’ironia dolorosa.

Una pittura (bentornata in un mondo di fotografie) che conosce la sua strada passando attraverso l’eco della didascalia, quando non del fumetto, salva per la cura mimetica dei particolari, per l’impostazione narrativa che si fa ben accogliere nel nostro presente di flashes, di black-out , di colpi di scena.

Enrica Loggi

19/07/13

Marco Fulvi: “Icone 2013”. La mostra al Palazzo Pretorio di San Sepolcro (Firenze). Dal 20 al 28 luglio.


La scelta del ritratto è un esercizio amoroso, nel talento della conoscenza.
Nel caso di Marco Fulvi è l’immergersi nella storia, vista nel suo momento irripetibile, di chi passa con noi sulla scena del mondo, compagno di strada, amico, conoscente o sconosciuto la cui immagine è stata intercettata nel respiro della sua esistenza.
Marco dipinge visi come corolle tratteggiate al millesimo, basta guardare la foggia dei capelli, la curva del mento, il lago degli occhi. Un’infinita attenzione. Il desiderio di essere parte della sagoma umana che gli sta davanti, o di riconoscerla nei tratti comuni: un sopracciglio, l’arco delle labbra, l’orecchio, in una meditazione che si fa attimo e corpo, presente che sfuma nell’istante successivo, nel quadro magicamente coevi.
Ricreare la vita partendo da un’immagine è un dono che ogni volta qui scaturisce, e tratteggiare le linee perché l’immagine sia propriamente quella, non un centimetro più piccola, non un sfumatura di colore in più, è una forma di amore silenzioso per la “figura” e per la pittura in sé, che qui si fa idioma, si dirama in storia, si va approfondendo, sfacendosi nei tratti minimi, esagerandosi nella fissità, come in un dato comune consegnato ogni volta a una memoria millimetrata, che è il tramite per un microcosmo ordinatissimo che siamo chiamati a “riconoscere”, a incontrare.
Immerso nell’unico colore dello sfondo, il volto prende corpo e luce dalla fisiognomica ogni volta inedita, per cui abbiamo il piacere di ritrovare magari un amico assorto nella sua posa incontrovertibile, in unicità con se stesso tanto da diventare icona della sua storia, contemporaneo a chi guarda per lo scroscio dei capelli o il tratto della veste, captato in un sorriso che quasi lo trascende, lo “strania”, oppure in un suo silenzio perplesso, dove forse si disegnano gli ultimi momenti prima che la posa si realizzi, e dall’atmosfera d’insieme scocchi il richiamo felice che ci induce a sostare lungamente, in una domanda che sa già d’amicizia.

http://www.marcofulvi.it/icone-2013.html


Enrica Loggi

06/04/13

Il nuovo libro fotografico di Rita Vitali Rosati


“La passiflora non è una passeggiata en plein air”

Questo il titolo, tra dramma e ironia, del nuovo libro fotografico di Rita Vitali Rosati ( Vanilla Edizioni, Marzo 2013 ). Oltre ad essere un saggio delle facoltà dell’immagine, viste nel loro ricco ventaglio, questo libro è un omaggio alla poesia.

Le fotografie di Rita, legate al tema del fiore come metafora dell’esistenza, vita e arte congiunte, bellezza che si attarda fino alla voce del decadimento, si alternano fino all’ultima pagina a descrivere le passioni, l’umana nostalgia simbolica di ciò che il fiore stesso, dopo un breve trionfo di colori e di effervescenze, percorre fino al limitare della sua fine. Ma è una morte dolce come quella che vediamo nelle “passioni” del Rinascimento, un commento non compiaciuto ma disteso a raccontare le fibrillazioni della vita nei drammi della sua fatiscenza e con un istinto che è quello della contemplazione fino a un borderline di misericordia.

Immagini di spose che reggono immote bouquets floreali sull’orlo del disfacimento, eppure portatrici instancabili del demone della bellezza. “Fanciulle in fiore” colte nell’abbandono alle sirene del proprio destino. Braccia bendate che reggono tulipani come bandiere. Corolle che occhieggiano, sfacendosi come parole di commiato. Sono, queste sequenze, un assonare fitto, orchestrato, coi versi poetici che l’Autrice ha amorosamente raccolto, proponendo agli autori delle poesie i suoi temi.

Ed ecco voci come quelle di Eugenio De Signoribus, Alessandro Moscè, Franco Loi, Francesco Scarabicchi, Maria Lenti, Anna Buoninsegni, Paolo Ruffilli, Gianni D’Elia, Maria Grazia Maiorino, Remo Pagnanelli, Guido Garufi, Nicola Monti, Natalia Thacyk, Bianca Varela, Enrica Loggi, pronunciarsi su questo suo canovaccio variegato e tremulo, appassionante ed evocativo, descritto magistralmente da Paolo Nardon nella prefazione, e commentato alla fine dall’inconfondibile Guido Garufi.

Il libro è un coro di rimandi iconografici e parole che sembrano altrettanti steli e corolle, tentativi di spiegarsi di fronte all’ineffabile, e così di diventare fioriture lungo la strada, germogli delle stagioni, silenzi di paesaggi, assenze, meditazioni della vita specchianti la morte come un floreale passaggio in un quadro di dolcezza.

Le poesie, quindici in tutto, trovano una veste grafica inedita, mista di colori e pause del tutto nuove nei caratteri di stampa, entrando a far parte del fasto delle immagini che invadono la pagina ampia, distesa in una specie di esuberante ospitalità all’eco delle parole.

Rita Vitali Rosati ha portato anche in questa, che è un’opera, le sue tematiche che investono di classicità la sua proverbiale e nota ironia. Questa volta ha voluto sorprenderci con un lavoro generoso che non solo raccoglie l’orfanezza del dire poetico ma lo lancia in una prospettiva di eloquenza, di visibilità coinvolgente, assoluta.

La poesia deve molto a questa maestra della Fotografia, alla sua arte che ha diviso con le parole dei poeti, da lei vagheggiate da sempre, nella passione che si esprime e vince la mortalità del dire.

Enrica Loggi


11/04/12

Dedicato a Rita Vitali Rosati

Ahi! Come per una puntura di spillo: è l’ironia di Rita. Il titolo del racconto fotografico maschera un’esclamazione indicibile. Sono i flashes del dramma quotidiano che viviamo tra quattro mura, schiacciati dalla solitudine dei nostri giorni che si consuma tra le pareti domestiche, dove le immagini della televisione recitano per noi quotidianamente la catechesi dell’inesorabile. La nostra esistenza viene così simbolicamente esposta allo spettacolo senza repliche delle ferite, del sangue, della morte. Immagini che passano indisturbate, come in un Acheronte che le confonde a quelle degli show televisivi, cantanti accanto a poeti, divi del piccolo schermo, nello stesso magma.
La visione dell’Artista sta nel “gesto” di riprodurre, di sottrarre alla routine mediatica un volto, e così consacrarlo all’attenzione, alla passione, alla compassione, all’orrore di chi guarda. Sembra un gesto da nulla, consumato in una bella casa, in uno dei tanti giorni che attraversiamo tra memoria e oblio. E invece è un gesto di grande portata umana. E ci accorgiamo, davanti alle immagini di questo libro, che il nostro sguardo può trasformarsi nell’”amen” di un commento estremo. L’Artista non ha sopportato il continuum di immagini d’assalto quotidiane, e ha sentito il bisogno di fermarle, di allacciarle al suo click, per raccontarcele come fossero un abicì, un “memento”, affidato alle pagine di un libro dove prendono corpo contrappuntandosi il dramma individuale della Fotografa e quello sociale.
Nella bella casa l’Artista fotografa se stessa ripetutamente, sfumando l’immagine fino a una definizione informale, e più volte presta il suo volto sfacendolo in una vertigine di pose lancinanti. Dunque la mostruosità degli eventi passati per lo schermo ha invaso la vita, l’equilibrio di un’esistenza, per cui le immagini di Rita sono emblematiche di ciascuno di noi, fatto oggetto innocente di una sequela di barbarie, come quella alluvionale degli schermi e della stampa.
Non c’è scampo: le stesse immagini-spettacolo riprese dal video fanno parte della sarabanda quotidiana, indifferenziate, date in pasto per riempire i vuoti di un’esistenza senza più volto, senza più ascolto, assediata nel suo diritto alla speranza.
Notevole l’invenzione fotografica per cui tutto si compie dentro le pareti di un appartamento, che magari ha conosciuto giornate di affetti, di familiarità, di scambio umano: tutto, e quasi all’improvviso, contro ogni ragione. Il volto di Rita è immerso in un agone, perde le sue linee, diventa una fiamma che trasvola nell’aria. E le pagine ci svelano una ad una, con la pazienza di una pietà anch’essa venata d’ironia, che siamo comunque spettatori, e intorno a noi non c’e che il vuoto di un’inappartenenza che ci consegna a un ruolo impotente.
Narrare tutto questo è un gesto che, riproponendocela paradossalmente, smentisce la cronaca per raccomandarla pagina per pagina a lembi di pietà umana. Il racconto è una specie di estrema ironia nei confronti della pigrizia morale che c’inchioda, apparentemente affrancandoci da debiti d’umanità, e in realtà sottolineando una responsabilità che abbiamo dismessa.
"Ahi " è un’opera-ritratto dell’assurdo quotidiano, e in questa pagina continua l’Artista ha saputo cogliere persino un dato estremo che è quello della vita che abbandonandosi e abbandonandoci, lascia sui nostri selciati frammenti di bellezza, indimenticabili, piccoli e grandi “fleurs du mal”.

Enrica Loggi

05/04/12

Dedicato a Stefano Taffoni


Disteso microcosmo

Nel silenzio di un pomeriggio ho trovato alla sala da tè più antica di San Benedetto, nel cuore del quadrilatero disegnato dalle stradine del centro, e in un altro cuore che è il perimetro quadrangolare della sala stessa, composta tra tavoli liberty e luci soffuse, l’arte di Stefano Taffoni affidata a quadri fotografici disposti alle pareti. La natura delle immagini in mostra era in armonia con l’atmosfera della sala, con le musiche che si susseguivano a sfumare il silenzio di un’ora precedente l’afflusso dei frequentatori, e i quadri si facevano cercare, più che mostrarsi o imporsi, per i colori discreti e per la loro natura figurale così vicina al tono di quell’ora.Superfici dai colori insoliti, che velavano il proprio significato nel modo di disporsi delle immagini,ottenute in maniera tecnicamente inedita, ricavate da un’osservazione millimetrale di particolari materici.La forza di queste immagini sta nell’aver proiettato l’estremamente piccolo, lo scarto, su grande scala , con un atteggiamento rabdomantico, per cui il Fotografo diventa quasi un evocatore di forme, di sigle pittoriche, in una gestalt di estremo gusto, dove ritroviamo quasi la felicità di una scoperta scientifica. La materia ha mille volti, può mostrarsi azzurra, rossa, gaiettata, e l’immagine felice di essa è un luogo ritrovato, la sostanza di una visione, la sua alchimia. In un cammino all’inverso, i cieli, i paesaggi astrali, le forme pittoriche di Stefano erano semplici lamiere. L’occhio fotografico si è inoltrato in un’apparente non-significanza (il silenzio della materia) per rivelare la presenza, in essa, di un potenziale visionario senza limiti. Escono così dall’obiettivo costellazioni, paesaggi informali dove l’immaginazione può liberamente avventurarsi, entrare nel terreno di un’autentica meditazione , e riposare nel suo mistero come in un altro sguardo, esplorarne la cifra della meraviglia.Ho a lungo interrogato le superfici del disteso microcosmo con cui Stefano, da un silenzio quasi astrale, si offre alla nostra capacità di meditare, e ne è derivato un incontro, un arcano richiamo a ritrovarsi in una pace diversa, lontana da qualsiasi clamore, sul terreno di un fervido e multilingue enigma che non s’impone, ma si scioglie con garbo rimandando alla pittura , a un’astrazione che disinteressatamente ci propone un cammino, una ricerca dell’altrove, un affascinante punto di fuga.

Enrica Loggi

08/12/09

Dedicato a Luana Trapè




I colori vivissimi ci invitano ad entrare nel mondo delle rappresentazioni figurali di Luana, (http://www.luanatrape.it/ ) come porte aperte, e quello che accade davanti al nostro sguardo fa strada a un viaggio che si nutre di fantasia. Sono lacerti di storie che rimandano altrove, sollevano istantaneamente da ogni raccordo che già conosciamo come a dire:" Di questa storia non sai nulla, entra e vedrai".
Parabole istantanee, leggende sfumate di cui s'individua un profilo apparentemente palese che rivela e nasconde, un tratto squisitamente narrativo che spinge verso il sogno, la sconfessione di una percezione abituale, ottenuta muovendosi in un "inedito" abbagliante, dove amanti possono abitare nuvole dense come cespugli, il cielo trasalire sull'unico uccellino che assiste alla scena, testimone, in mezzo a un verde brillante, del mistero amoroso sorpreso nell'istante di un bacio, nel "fenomeno" della sua unicità e della sua solitudine nel mondo.
Così sono immerse in una sorta di felicità arcana e primordiale tutte le altre raffigurazioni, colte nel momento in cui le cose si compiono, e sporge un gesto che congela la storia per farci tornare indietro alla sua origine e immaginarne lo sviluppo. Le figure umane che vi vivono sono colte nel gioco col mondo, nell'acme di un divenire, mentre cavalcano il tema dell'esistenza con un solo gesto che trasfigura, porta negli atri di un sogno ad occhi aperti, vivo di un silenzio prezioso in cui avvengono le cose prime e le ultime. I gesti si fanno solenni e irripetibili, e la storia, come la nostra vita, può avere un fianco morso da un'aquila, ma le gocce di sangue, toccando terra, diventano fiori. Un paradiso che è l'Istante in cui l'occhio dell'Artista scorge la materia per una mitologia distesa, mossa da una lievissima ala d'ironia, che ci fa strada verso un arcano che volentieri abitiamo, passando attraverso l'inevitabile sgomento, che è la porta necessaria per accedere a qualsiasi verità.

Enrica Loggi

29/10/09

Per una rilettura di "Inventario" di Rita Vitali Rosati



Il libro si apre come un alfabeto magico che comincia con un' A sonora e finisce con la sibilante Zeta. Tra queste due lettere ne compaiono altre, che sembrano pescate nel gioco delle classiche 21, ripescate, evocate.
A ciascuna fa seguito una serie di racconti che chiedono, per esprimersi, tutto quanto l'alfabeto e forse diverse lettere in più, per comporre la loro lingua e scomparire quando tra le immagini trascritte compare l'ineffabile. E questo si affaccia dovunque, perchè le persone, i luoghi, i sentimenti vivono in un transito continuo, che presuppone per ogni immagine uno spazio straniato dallo spazio, un tempo dal tempo, e di rimando una puntualità che si ritaglia nell'attimo dello scatto, dilatandosi in una larga situazione.
Rita conosce persone e luoghi di cui c'invita a condividere l'amicizia; se non altro ci visitano tutte le facce di questa umanità, città degli uomini e delle cose, dove la macchina fotografica viaggia ricordando e raccontando.


L'immagine non ha cornici, confina con vie che portano a piazze, a feste, a porte che si aprono verso varie immensità, di luogo e d'anima. E' presente la nostalgia accanto all'allegria, un intelligente ironia che confina con ogni profilo umano amato e coltivato di per sè, nella coscienza dell'incontro e del viaggio, del discorso e del silenzio, della fretta e della pazienza, dell'amore e della distrazione, della bellezza e del semplice stupore, dell'edito e dell'inedito, di un'allegra stravaganza.
La folla dei volti e dei luoghi c'immerge nella sostanza delle parole che compongono il romanzo simultaneo di occhi, labbra, gesti, petali, ombre, cieli, e ad ogni pagina i dettagli della memoria trasvolano in un'immediata attualità [...]
Andiamo a ricostruire un microcosmo visuale che lascia dietro di sè il desiderio che il libro continui, che la vita che vi si muove si trasformi, attraverso le braccia silenziose dell'angelo che chiude la raccolta, nella visione, questa volta, di un mondo "Iperuranio" le cui avvisaglie stanno già nelle chiese incielate, nelle ali degli aerei e in qualche scorcio di bar all'aperto, a cercare un estate che non finisce, un inverno caldo di presenze, una primavera per altre margherite. Una città dove ritrovare, negli angoli, qualcuno che è comparso in questa storia, e ripartendo da una sola figura, regalare a Rita un'altra storia perfetta da raccontare.
Così, in questo viaggio continuo, di cui immaginiamo le soste improvvise, l'avversione per le pose e invece l'amore stupefatto e il cammino profondo nell'immagine, si costruisce il mondo senza disegni programmatici, e il mondo si mostra, in questo florilegio, un'amichevole sostanza.
L'intensità degli attimi restituisce a un coro di sensazioni, a un intreccio, a un dialogo infine tra la propria interiorità e quanto dell'universo rappresentato è senso, concetto prima che concezione, visione prima della vista, meditazione che si scioglie nel sorriso ininterrotto, curiosità che scavalca il nesso della logica consegnandoci il frutto da cogliere, il fiore che l'Autrice va raccogliendo ogni volta, spogliando delle spine le sue rose.

Enrica Loggi


21/06/09

Le "selci" di Francesco Lucidi

Francesco Lucidi mi accompagna attraverso il suo studio muovendosi lui stesso come un ospite, tra sagome di gesso, bronzo, cera e segni che creano nella grande stanza un clima di operosità dolce, lontana dalle mode, un intenso scenario, il tema di un racconto di vita che si anima di una sua storicità e autorità quasi non voluta, una favola d'artista. Dico favola perchè è nel segno di una ormai introvabile umanità che Francesco lascia sul suo cammino queste tracce, che adombrano una fede antica nell'arte e un'umiltà nell'incarnarla, grande quasi come l'ideazione dei corpi danzanti di un suo "omaggio a Matisse" e ricca come l'ultima sua produzione: una serie di proposte che riguardano la semplice pietra, levigata fino a ricavarne superfici appena mosse, traspiranti, dalla forma irregolare, frammentata ad arte.
Selvaggia e preziosa allo stesso tempo, la "selce" è quasi un gioiello primitivo in cui il bronzo interviene come un castone, vibrando in rappresentazioni minimali della fertilità, accanto a citazioni dalle Scritture, che armonizzano la nudità della pietra con l'animazione del racconto, in un contrappunto estetico-morale vivo come una sigla. La successione delle "selci", che si dispongono su supporti di legno colorato, risale le epoche dell'arte col suo passo mistico, è storia e preistoria di sè, e vive questa duplicità in un intenso vibrare di senso, linguaggio velato e rivelato insieme, che chiede allo sguardo di raccogliersi in un'intensa sosta.

Enrica Loggi