------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensioni. Mostra tutti i post

10/08/20

Note di Francesco Varano su "Una profonda leggerezza"

Cara Enrica, la tua poesia di questo libro è un dialogo intenso con le forme del vivere: il contenuto è essenziale ed esistenziale. Non ti sfuggono gli elementi naturali, di cui noi esseri viventi facciamo parte. In ogni caso, poesia per poesia tu richiami questa appartenenza, e la distingui, ora, in memoria, ora, in un sentimento minimale, che la creatura ha di se stessa. (pag.54). Tu poni l’interrogativo principale del perché noi abitiamo gli elementi naturali, del perché la vita stessa abbia una ragione (soffio, cuore, ombra)(pag.53), del suo diritto a esserci (pag.54) o del perché della propria azione di senso: "e il senso della vita come andato/ a gettarsi nell’acqua sconosciuto". Questo libro si apre con l’immagine poetica dell’inverno, con la poesia “Poemetto della Neve”, dedicato a tua sorella Marisa, si chiude con l’elogio dei fiori della primavera, con la poesia “Dedicato ai fiori”. La prima poesia comprende la tua sensibilità verso la natura, e quella umana verso le creature, e in particolare: tua sorella. Tratteggi un suo ritratto e quindi la sua immagine, attraverso la “memoria”, formata da una serie di ricordi, ed è memoria in quanto assumi una tua posizione nel confrontare quest’immagine, che alta si alza, su ogni elemento altro: sulla neve, sul paese, sui suoi abitanti, sulle strade, anche sulle campane e altro ancora. Questa immagine della “memoria” ti riflette. Perché tu mediti sull’interrogativo esistenzialista, che la vita abbia un senso in sé, ma man mano che i soggetti lo cerchino e poi lo perseguano: dal concetto di responsabilità a quello di solidarietà o di impegno. Una cifra etica, come sosteneva sulle macerie della seconda guerra mondiale, il pensiero esistenzialista laico francese. Ti domando se alla vita questo senso ancora le possa appartenere, o se sia divenuto completamente "sconosciuto" (pag .55), oppure se il soggetto attraverso il linguaggio, e l’espressione delle parole che "si tengono per mano>> (pag.56), possa ancora accarezzare dei sogni, dopo aver lenito le ferite, come quelle della solitudine esistenziale, "tra uomo e uomo ci sono anni luce"(pag.58). Ma se non sbaglio viene anche il “giorno” della ricomposizione esistenziale: quel "giorno suddiviso in ore che odorano d’arancia>> (pag.76) o quel giorno che gioca con le ore come fossero pagine e le sfoglia "e le abbandona nel vento come paglia" (pag.87). Mi sembra corrisponda a una ricomposizione, dettata dalla leggerezza, in cui interlocutori sono gli stessi elementi naturali, o meglio organi di un corpo, di cui viene tessuto l’elogio: sono essi che si lanciano per costruire ora un piacere somatico e spirituale. Perché rispetto alle domande che vengono poste dagli interlocutori, il tuo “io” poetico, ora è presente con "un guizzo di palpebra", ora con "un sussulto del cuore",ora con "un ramoscello", per far pace con "la vita che s’aggira raminga/ e ruzzola sulle labbra di chi non dice/ e suona mentre qualcuno parla". Ancora verso la vita dici: "una piccola pianta verdeggia/davanti a una finestra" (pag.75). E se ancora il giorno e le sue ore che odorano d’arance sono la vita stessa, il tuo “io” poetico racchiude anche quell’impegno etico e può dire a voce alta: "il cuore l’ho lasciato sopra un muro a cantare come un orologio antico"(pag.76). 

Francesco Varano vive a Roma e ha pubblicato la raccolta di poesie “Il giardino medievale”, (Polistampa, 2012).
Ulteriori informazioni sul sito:http://www.francescovarano.it/ )

Sto interrogando il giorno e le sue ore 
a spicchi vengono intorno a sera  
si dividono come arance e odorano. 
Il cuore l'ho lasciato sopra un muro  
a cantare come un orologio antico. 
Il mio bene distinto fortemente 
da quel che accade, brilla 
come il sole in una meridiana  
sull'antica parete della torre.

06/03/17

Recensione di Maria Grazia Maiorino a "PoesiEnricaLoggi"


"Le scarpe bianche dei poeti". 

Conservo, all’inizio di un mio taccuino, la poesia ricopiata a mano che comincia così: “ I poeti sono soli, /col loro inverno / le scarpe bianche per uscire la domenica / le ali stropicciate …” 
Mi piace ricordarla tra quelle ricevute in anteprima dalla voce di Enrica al telefono o, in altri tempi, per lettera. In confidenza e corrispondenza d’amore per la poesia, sussurrato nelle dediche e vissuto da vicino e da lontano, fedele anche nei silenzi. 

E questo mi dà gioia ora sfogliando il quaderno n. 1 di UT nella veste damascata della sua bella copertina, bianca e nera come le rondini, come i poeti che sono i loro compagni migranti. Sì, fui colpita in quella poesia dal dettaglio di un candore-ricordo delle nostre infanzie, che balena anche qui, fin dall’ esergo di Holderlin, i cui versi additano lo spirito dei cercatori di consistenza e memoria, sempre in bilico “di terra in terra cercando un’estate lontana”.
Rientro nel mondo di UT attraverso il canto libero di Enrica, unendo anello ad anello, facendone ghirlanda e corona, immagini anche a lei care, parole femminili dalle molte suggestioni, figure di armonia e unione – rose e spine, vita e morte, opposti raccolti nel grembo di un tutto. 

E’ bello che il florilegio si apra con una poesia sulla madre, ricordata pensando al tema L’oblio: i contorni subito si sfaldano vestendo i colori delle alghe e le iridescenze dell’acqua, trasmutandosi nell’immaginario di una figlia che poeticamente abita il mondo, e si rivolge a lei come al suo  “pruno argenteo, / figura senza il tempo”… una forma di giorni, di brine / che tu disfi / perdendo / la memoria / nella stagione / del mio respiro”.
L’alfabeto della poesia è questa continua traduzione del vissuto, questa ricerca di una coincidenza di suono e senso per dire l’enigma di una voce che parla dalle profondità dell’animo umano, dove riposano le grandi universali figure degli archetipi e dei simboli. Dove gli opposti non si elidono ma si completano, dove le soglie sono orli di svelamenti e lo scorrere del tempo è vitale e infinita scoperta. Il microcosmo di un borgo “piccolo come una mano, / grande come un cappello parasole” rispecchia un intero mondo in cui le parole sono palme, sono nuvole e onde, scie e sassi, sabbia e silenzio. 
Tutti gli esseri appaiono sull’orlo di parole, compresi gli oggetti tirati fuori un giorno per caso dai cassetti della dimenticanza. Ritorniamo al filo rosso dei temi di UT, Il caso, per esempio, emblematico tessitore di coincidenze. Per me ci fu l’intento di dare voce in una piccola ballata a una statuina di terracotta che mi portavo dietro da un viaggio dei vent’anni (e con infantile gratitudine ringraziai UT di questo “battesimo”); per Enrica riaffiorò il vecchio kimono acquistato al mercato di Ercolano: “… questa piccola fortuna / trovata che avevo vent’anni / e tornata qui ed ora / che è quasi carnevale”. E un’altra volta: “la collana di vetro ripescata / rotta nella chiusura / pasticciata / indossata una sera / color di caramella / ricordo di un’amica / da non vedere più. / Un dono estivo, di bancarella”. (L’indiscrezione), affioramento un poco simile alla veste comprata dai cinesi: “Era bella e sottile, piccolo sogno di campana. / Giovinezza in transito per strade di sole.” (La fragilità). 
Gli oggetti diventano anch’essi paesaggi d’anima, impregnati come sono di noi, delle nostre storie e di quelle dei paesi lontani del sogno e della carta geografica. Il talento di un poeta si rivela magicamente fin dall’infanzia, ha la necessità che il cuore rimanga bambino, e qui il mistero è affidato a un tenerissimo ricordo che risuona nel dialetto del paese natale, Monsampolo del Tronto, nella poesia intitolata “Da frchina”, in cui la bambina sente per la prima volta le corde “parlare” uscendo dalla pancia di legno di una chitarra, “cuoricino mio sprofondato!”
Il poemetto della neve nasce dalle acque tumultuose e debordanti di un sogno, specchiandosi nell’amore di mandorla amara per la sorella Marisa alla quale è dedicato. Il medium fra sé e l’altra è la neve, presenza polisemica oscillante tra fantasia e pietas, tra stupore e gelo, ricordi sepolti e desiderio infinito di parole che possano ammantare, esprimere la bellezza di ogni dettaglio, sciogliere nodi e aprire a un’altra riva del mondo. E’una poesia di metamorfosi e anelito alla trasparenza, un monologo interiore che, nell’impossibilità di un dialogo vero, ricostruisce il rapporto donando generosamente l’intimità del suo sentire cosmico e musicale. A chi? Questo il poeta non lo sa, ma è fiducioso che a qualcuno la sua parola possa arrivare.

“Ho sognato a volte i fiordi
scesi in un mio nome straniero
nel mio nome che viene da lontano.
Ma tu non puoi vedere, sei tutta nel mio racconto
sono un minuscolo aedo, ho la voce più chiara.

Mutano
Le mie fattezze, perché la neve
va sciogliendomi il viso, mi cambia
in una delle sue facce
di calce tenue, un impasto
che serra e che apre
a un’altra riva del mondo”.

“Credo che nello spazio si librino tante domande disperate, inevase, oscillanti dagli uni agli altri e che, se ciascuno – a suo modo e secondo le proprie capacità – cominciasse ad affrancarle da quella disperata ricerca, fornendo loro una risposta, una dimora, non ci sarebbe una tale terribile messe di domande senza un tetto. E non c’è legislazione sociale che possa rimediare  a questa loro condizione di senzatetto”. Leggo questo passo nel Diario di Etty Hillesum (Adelphi 2012), mentre sosto tra i versi di Enrica Loggi e mi viene spontaneo concludere con questa citazione, perché sono convinta che essa si addica al suo modo di accogliere la molteplicità delle voci che salgono a noi dall’invisibile, riscattandole dalla condizione di senzatetto e dando ad esse nascita e dimora nell’interrogazione ininterrotta in cui consiste ogni autentica poesia.

Maria Grazia Maiorino 

25/11/16

Tra erbe e parole...



( Recensione di Sabrina Muzi ) 

Il luogo in cui Enrica Loggi ci invita a stare è uno spazio poetico che si riconosce nel momento naturale: è “dove” e “quando” accade e si compie nella sostanza fisica e sensoriale degli elementi.
Non allora solo luogo del ricordo, ma storia presente resa nella percezione di un paesaggio che sembra oscurarsi ed accendersi insieme a chi, discretamente partecipe, osserva e gode del farsi naturale delle cose. Ma non v’è differenza : fra il tratto morente della lucciola e una delicata morte di costei scorre un filo sottile, un’impercettibile diversità fisica e verbale, per il resto tutti vivono la medesima sorte.
Una pari dignità raccorda distanze, scardina differenze, dichiarando allo stesso modo l’alterità del momento e l’unicità del suo farsi ciclico. Un’energia umanizzante pervade ogni cellula vivente creando una familiare complicità tra creature di materia diversa che, colpite dalla stessa variabile luce, si confondono dialogicamente senza mai varcare il sentiero dell’identità. E’ una natura amica quella che abbraccia e consola Enrica, è la consapevolezza di una sensibilità unica che come in una danza cosmica raccoglie il perpetuarsi delle vite e dei destini.
In questo trascorrere spazio-temporale tra luoghi indefiniti e luci stagionali, sottili frequenze sonore e odori tersi, tutto sembra vestirsi di naturalezza e caducità, dei colori terrosi dell’immanenza, così come porsi, quasi a dispetto di ciò, nel piano sospeso della sacralità, dell’inviolabile, nello “zenit difficile” dove “tu sei lo splendore remoto del tuo momento”. Ma a chiamarci e a condurci in questa intensa promenade non è lo sguardo mistico della distanza, bensì l’occhio vigile dell’esperienza.
E il valore dell’andare, la ricchezza della mobilità; quindi la ricerca del farsi della storia naturale dove occorre poggiare il passo, magari a piedi scalzi per sentirsi solleticare o pungere fra i fiori di lillà e deserto, per proseguire nella scoperta sensibile di ciò che accadrà, che presto si renderà visibile, udibile, toccabile a colui che vorrà vedere, udire, sentire. Tutt’altro che prevedibile, questo viaggio contiene la forza di una parola che sembra scorrere di mano, scivolare naturalmente nei significati senza inciampare in sonorità che possono condurre verso interpretazioni più ermetiche per godere invece di una sensualità verbale che strutturalmente, come è giusto che sempre avvenga nella trasposizione linguistica di una coscienza, si specchia con la sensualità contenutistica, con la scioltezza evolutiva del pensiero.
Questo slittamento continuo sembra il lungo respiro dopo l’immersione, il riprendere aria dopo l’apnea, contiene la forza di tutto ciò che è vitale, che dunque occorre in quel momento.
Una ricerca linguistica allora non risiede qui tanto nella parola in sé, quanto in questo respiro che tante ne contiene e che si sostanzia fortemente della visibilità rappresentativa  del discorso.

Sabrina Muzi   ( http://www.sabrinamuzi.it/ )

17/06/14

"Pronto Enrica? Sono Rita" Visioni critiche di Rita Vitali Rosati sulla poesia di Enrica Loggi


Pronto Enrica? Sono Rita

Mi è sempre piaciuto pensare, e oggi ancora di più, al mondo della poesia, come a un giardino la cui quiete ( apparente ) è ricca di presenze, abitata da amici poeti e raffinati scrittori con i quali, di quando in quando, senza sottrarmi, ho potenziato uno scambio di telefonate, email, e brevi saluti formato cartolina.
Con Enrica ho intrapreso da tempo e da un lontano fin troppo poetico un duetto denso e confidenziale, attraverso il quale entrambe esploriamo le nostre solitudini e altri rovelli.  Nelle pause, quelle della quotidianità, vive, salvifica, la figura di Enrica che lega la sua storia al tempo e ai luoghi fitti di Infiniti, affollati di slanci emotivi, di perfette armonie.  In uno spazio in cui prende corpo la sua voce poetica, le sue parole transitano tra altri ritmi e altri percorsi per dire o “disdire” in un controcanto che il suo animo colto sa tradurre, nello scorrere del tempo.  E scorrono anche le immagini che Enrica, autrice delle malinconie vaporose ricompone attraverso i suoi versi.  Ho in mente i suoi sorrisi che vogliono tacere più che esprimere le amarezze di una vita difficile, la sua vocazione forte, isolata nella provincia dei malumori, delle distrazioni, dell’indifferenza.  In un paesaggio caotico come questo odierno, il suo “puntellare le rovine” di eliottiana memoria non parla di un’autrice estranea alla propria contemporaneità, ma la investe di un ardore fisico concreto che si materializza tra i “fiori inconsapevoli”, in quel giardino nominato all’inizio dove si percepiscono umori, respiri, fragranze, simmetrie dello sguardo e ardori di uno spirito comunque e silenziosamente energico.  Se è vero che sono tanti e diversi i modi di narrare, nella scrittura come nell'arte figurativa e nella fotografia, questo passo doppio di Enrica, (Enrica visionaria, Enrica spettatrice), ci testimonia di questo suo sguardo più ampio e meticoloso. Uno sguardo che è come una carezza dietro le finestre chiuse, dietro i mille trabocchetti della vita o  di una news di troppo che ci inchioda ad un muro, ad un’ombra. 
Tra le pieghe dell’esistenza e le trame di un’ interiorità che anima al femminile l’ascolto del mondo, Enrica ci prende per mano e ci conduce in una dimensione che sa di protezione. Come in una terra promessa investita da emozioni intense, da squarci dove fiori e foglie, cieli e la vastità del mare sono la metafora di ciò che nel profondo si agita, evapora e si espande mentre in un respiro più ampio e maggiore cresce la tensione poetica e altre e più alte accensioni. 
Immobile, il lettore, cara Enrica, ti  ascolta, miracolato dal dono così ricevuto.  Anch’io, tra loro, nel commiato finale, mia sempre più cara Enrica, ti saluto con l’ ammirazione  che tu ben conosci, riservandomi quell’abbandono che prelude al sogno per poi, perdermi come sempre tra i chiarori di questa tua rima attraversata dal vento…….

Rita Vitali Rosati  ( http://www.ritavitalirosati.it/ )

( Enrica Loggi - foto di Rita Vitali Rosati )

02/04/13

"Il tempo della poesia" di Michela Solimando


C’è chi del tempo ne fa oro e chi, invece, poesia.

"…A una rima di vento" versifica un sentimento di colei che rende il tempo udibile e visibile su carta.

I versi di Enrica Loggi sembrano descrivere una realtà che, per il suo naturale essere, da sola non si racconta ma nemmeno si cela; si apre a tutti e nuda utilizza l’essere umano, quasi a volerlo prendere in giro. In questo caso la realtà si mimetizza nell’autrice, per farsi descrivere nelle sue più intime differenze, per farsi vestire delle vesti più belle e/o umili lasciandola però libera di interpretarla o, forse, di costruirla.

È questo che poeticamente leggo tra le rime di Enrica Loggi: un richiamo alle sue memorie attraverso versi che scandiscono spazi “liberi”, dissociati dal tempo osservatore e risanatore. Ma pacatamente rasserenata e alle volte anche rassegnata all’inevitabile sua esistenza a cui il cuore si presta ritmandola con il vissuto: «C’è una parola che non so più dire / e vive negli istanti / colorata di tempo / stretta / a una rima di vento. // Ma in primavera tornano sui rami / le coroncine verdi, / ed anch’io a raccontare». (p. 16)

«…poetessa che conosce la differenza tra comunicazione e espressione» scrive in exergo di …A una rima di vento Franco Manescalchi.  Aggiungo una poetessa che riesce a trasfigurare uno sguardo emotivo in versi razionalmente poetici, che rimandano alla vita che appartiene ad ognuno così come lei, poetessa, appartiene a questa vita.  E, pertanto, non vi sono rimandi al mito, se non a quello della vita, che sempre ognuno ha da decodificare.
Cosa non semplice, perché la vita ha le sue oscurità e il suo fermo-immagine.  Il narrare della Loggi ricorda il pause di una tecnologia che gioisce del presente perché pregno di un passato che sta per nascere e speranzoso di un dispiegarsi di un nuovo futuro.

Trema l’immagine evocata dalla sua liricità, come è propria dell’immagine fermata di un video: oscilla nell’indecisione di un passato da raccontare  ( "Raccomando alla sera queste fole" ) e di un futuro da vivere   "…e canterò la luce del tuo dire nel mio precipitevole disire." (p. 15)

Tra una pagina e l’altra, nel susseguirsi delle poesie, un commiato di sensazioni: da un concedersi all’amore altrui alla ricercata, quanto necessaria, solitudine poetica:  "Io sono qui, / tra il sole e la neve." (p. 80)


"Enrica Loggi in tenero distacco" di Maria Lenti


Tentare il senso del titolo (…A una rima di vento di Enrica Loggi): il gioco nell’enigma.

Virato e posto sull’astrazione di una figura: “rima” come refolo, soffio, alito? “vento” come scombinata possibilità o scompigliata probabilità? “rima di vento” come andamento giocoso in chiaroscuro, come flusso di energia duplice e concreta? E quella “a” preceduta da sospensione: una dedica? un pensiero in catena ma in folle tenerezza?

I testi poetici – alonati di vaghezza, fissati dall’autrice picena su stilemi, già ricorsi in raccolte precedenti, con variazioni (luna e suoi addentellati, acqua e suoi referenti, sole e sua luce di riscatto, foglie/alberi di intenso simbolismo, amore/amicizia/sodalità-unica salvezza al mondo-, solitudine/sola beatitudine nel deserto della città, l’estate-stagione solare, ecc.) –, se chiariscono le prensioni, restituiscono lo slittamento da esse.

Nel distacco tra i due termini si situa la poesia di Enrica Loggi: in un terreno le cui sporgenze – la fine delle cose, la vita che ti “frega” anche saltandoti e accelerando i passi, le assenze numerose e in progress – rientrano in interiori animi a cercarvi ciò che resta, meglio ciò che mai se ne è andato; in un ambito che non “tradisce”, essendo quello proprio di un sentire finissimo; in una distanza non sibillina, significativa, dalla storia minuscola e grande per ricaptare le urgenze feriali – il sabato del villaggio improponibile al proprio sé –, un abbraccio improvviso non sotto l’impulso della gratitudine quanto dell’affetto, la scoperta ripetuta del fiore che sale, l’incontro di un corpo forse non “gemello” eppure caldo di reciprocità.

Così, per esempio e passim:
«Mi raccolgo nel letto della foce /il fiume va tremando verso il mare / sola come la sera dei miei giorni / l’estate padrona di me.»

«L’assolo pungente della storia / le minuzie di vita. Resta il canto / questo piccolo affanno / di gesti quotidiani, averti stretto / a me nelle abitudini del cuore, / la prosa che si tesse / nell’assolato labirinto / per uscire alla luce , appena salvi.»

«Sono qui sola e parlo / con gli ultimi fantasmi delle ore / ma raccolgo il loro merletto / scendendo i gradini della sera.»

«Il vento che si piega sui germogli / il verde giovane dove indovini / la prima età del grano, e un giorno arduo / ma capace di gioia sotto il sole, / il vento in una raffica gentile.»

Vive in suo tempo di sogno e di sogni, la poesia di Enrica Loggi, o tende a sfidare quel tempo e il nostro di prosa? Il rischio del fermo-immagine nella voce, mai contaminata dal presente poco attraente e risuonante nella inversione sottesa, potrebbe determinarsi o farsi ad ogni momento.
Consapevolmente, tuttavia.

Mala tempora currunt, lo so, sembrerebbe dire silenziosamente la poetessa. L’accenno, infatti, è in spostamento, mentre situa tonalità e cadenza dentro una sorta di passione per la luce dell’esistenza, mai spenta, in una serenità da eco classica (per misura e timbro) e in una sorta di desiderio di essere dove non si trova (non nominandolo, peraltro, questo luogo lontano dal suo cuore). E fa agire, oltre al ritmo e all’accento, i singoli elementi della phonè, reiterando sillabe di uguale suono e durata, appunto. Come nelle assonanze degli stralci citati: so (la), se (ra), me; (racc) ol (go), (f) oc (e), (gi) or (ni), (padr) on (a), (tr) em (ando), (c) om (e), (fi) um (e), …

…A una rima di vento, allora, spiazza, sorprende: sia il lettore che preferisce trovare nella poesia la sottolineatura di mali e malanni attuali perché chiede alla poesia conferme, solidarietà contro la deriva, una civile indignazione apertis verbis, sia il lettore che nella poesia vuole complicità della fuga e della sua attesa, quella del bene stare indotto dal pensiero altro rispetto all’intorno ma senza rasentare la sfera dell’impossibile o del déja vu.

Entrambi spiazzati. La denuncia è nell’assenza degli orrori, della contrarietà ad essi: il tacerli è una “punizione” nei loro confronti? Può darsi. Entrambi sorpresi: la fuga è nella presenza di “paesaggi” (dello spirito) non rimossi nonostante le dilapidazioni e lo scialo. Valgono come risarcimento e proposta? Forse sì.

“Il vento”, nell’una e nell’altra modalità e virgolettatura, ne è il risultato e viene inserito in “rima”. Un vento che è tanta parte della vita di ciascun e ciascuna vivente: reale e metaforico per chi abita al mare e per chi abita in collina, in montagna; per chi ha nella vita movimenti sul “no”, per chi – nella vita – segue il corso lieve del “sì”, nelle somiglianze e nelle simbiosi, nelle diversità e nell’incessante andirivieni di strade conosciute perché mai differenti: la natura, i sentimenti, l’etica dei valori. («Camminiamo di nuovo come pietre / che una piccola frana scatena nella valle / e un nostro accento si schiude / allo sguardo veloce, / al silenzio di chi ci passa senza voce accanto.»)

Piccola, grande verità. “Il massimo di verità (espresso) con il massimo di pudore”: questo “il respiro del verso” di Enrica Loggi. Franco Manescalchi ad apertura del libro (edito da Polistampa, 2012, arricchito di tre disegni vibranti di Giancarlo Orrù ne individua le caratteristiche.


31/03/13

“Nel colore della vita” di Francesco Varano (appunti tematici sul libro di Enrica Loggi)


La poetessa sin dalle prime poesie costruisce un inno a ciò che è vivente, così riferendosi al grigio delle case, da dove nonostante la difficoltà nasca qualcosa che prima non c’era e da singole parti del corpo in cui risiede la vita, quali le labbra, mentre il vento imbastisce la creatività generatrice dello stesso lavoro poetico, con riferimenti all’importanza degli elementi naturali in alcuni versi in esergo come la foglia in Pasternak e i granai di vento in Arnaut Daniel, e le nuvole in Riccarda Barbieri, portatori di vita e della vita: sembra una liturgia della natura in un suo cerimoniale. Nel verso e nel suo movimento viene riconquistato il proprio nome altrimenti disperso, un “recupero” di una identità in una città in cui c’è il pericolo della solitudine e dell’assenza delle persone. <> (pag.17). Perché la dissipazione del proprio nome? Perché una città in crisi di sentimenti? Perché un caro luogo solitario? Enrica registra sotto forme di affermazione e non di interrogativi, nella sua poesia l’essere. La sua testimonianza dell’essere ci invita a una riflessione su quella cultura urbana in cui i semplici sentimenti del dono sembrano involarsi e nascondersi senza dar conto, tuttavia la solarità si può incontrare sotto forma di qualcosa di vergine o di simulacro, quasi un viatico per continuare a tendere l’amo, cioé per continuare a vivere. <<…e il grigio della città / mi regala la veste di una pianta/ annosa e vergine, e il simulacro/ incontrato per strada che s’illumina/ d’un mazzolino di fiori disfatto>>. Sempre nella cultura della città, il volto di un tu poetico si mimetizza con il colore della sera, nascondendosi, divenendo altro: <<…la sera avanza e passa/ nel colore che cambia le sue luci/ il tuo viso che sbianca per amore.>> . A volte quel tu poetico è avvolto nel pallore dei gesti, altre volte è destinato a incrociare orme fitte su strade e sabbie, quasi a entrare nell’intensità della vita per qualche istante e a percepire la misura dolce della vita nonostante una giovane commedia.(pp:20-21). Contraddizione sì, dunque, ma portatrice di altra linfa vitale.

Dagli elementi naturali segni della vita si può risalire nella poesia di Enrica, a quello principale (che ricorre in diverse poesie) quello del vento, nel suo significato etimologico di anima, e quindi di un racconto poetico in cui l’anima segue un percorso verso l’essere (l’Essere) partendo dall’esser-ci.<.(pag.24). Il percorso dell’anima è rappresentato dall’identità dei corpi con il vento ( confonderci col vento) e dal ritorno a una vita originaria dell’anima stessa in senso platonico, come forma della conoscenza e contemplazione del bene, dalle forme fisiche a quello della buona amministrazione della città e infine all’idea del bene in sé. Nonostante che a volte l’anima resti impigliata nel mondo sensibile, <>(pag.24). Anche in questo tragitto dell’anima sembra esserci una doppia marcia : quella di elevarsi verso il sublime e quella di rimanere nella solitaria landa di qualche luogo sensibile, noto o meno conosciuto, e si vaga anche se poi si è nella luce. Purtroppo si rimane confusi in un pieno indistinto della contraddizione, anche qui.<<…Oggi nel mio pensiero cresce un anno/ una plaga deserta più del vento/ color nulla, vagante nella luce/ di giorni nuovi che conosco/in fila come fiori al lungomare>>(pag.25).

Di contraddizione in contraddizione: perché adesso il tu poetico è un personaggio celeste(pag.28), che tenta di trattenere le parole( la parole), <>(pag.28).Sembra Enrica volesse portarci a una conclusione: - anch’io non ho la possibilità di concludere una mia nuova liturgia della parola poetica e consistente, perché la lingua a cui si attinge non è adatta! Esistenzialmente Enrica ci sollecita a prenderne coscienza, a considerare la possibilità che gli uomini possano avere per entrare nell’essere attraverso la parole, o sostando ai piedi dell’albero delle parole (pag.29). Le parole e il nome sono alla base del linguaggio e della possibilità della comunicazione, per ora sembrano negarsi o negati, in modo irrevocabile. <>(pag.29). Qui il canto poetico si fa oggettivo e storico, perché nell’assenza-crisi del nome c’è una mancanza d’identità della persona e l’uomo precipiti in una storia in cui non ci sono strumenti di decifrazione. <<….dal ciglio alto della collina/ forse un uomo perduto nella storia…>>(pag. 38). O forse motivi della sua consistenza e della sua essenza,che non trova salvezza nemmeno all’interno del rapporto di sensibilità io-tu. <>(pag.44). Forse antichi e attuali amuleti di protezione e di salvataggio, se non di salvezza sono le acque del mare. <> Forse i dubbi sull’identità si placano nell’atteggiamento contemplativo di una natura vista come paesaggio, nel senso romantico humboltiano del termine, come riscatto o elemento di trasformazione del reale, luogo utopico.

Enrica non smentisce questa idea perché nel nominare il mare cavità, subito l’accosta all’attività rigeneratrice, dunque, trasformatrice, dal niente all’essere. Questo atto creativo appartiene anche alla creatura che come individuo si rigenera all’interno degli elementi naturali che amplificano continuamente la loro energia, e in questa loro pienezza si mostrano come nuove potenzialità di forme a cui il soggetto umano attribuisce un significato: allontanare parzialmente il dolore, creando segmenti creativi e di bellezza o creando solidarietà tra gli elementi naturali o facendo emergere la vita al di sopra di ogni altro aspetto. Enrica crede in questo salto utopico.

C’è un’opera del pittore svizzero Arnold Bocklin, che nel 1880 dipinse la prima versione e poi fino al 1886 cinque versioni di L’Isola dei Morti. Si tratta di un quadro in cui due massi di roccia fanno da contorno a un gruppo di pini svettanti alla stessa altezza dei primi. Il tutto a forma di isola e vicino il passaggio di una barca con una figura e una bara. L’imbarcazione è stata ritratta molto ridotta rispetto al resto. Si evince che il tema della vita anzi della virilità creatrice dei pini è ben evidenziato dall’artista. Il paesaggio è posto al di sopra e al di là della morte, in grado di dominarla e di far prevalere il principio di vita. Penso che Enrica si rivolga al paesaggio in questa direzione. Lei è nel pieno della sua attività poetica nel pensarlo come alternanza di pieni e di vuoti, di natura creatrice e dissolvitrice, di grandezza di energia e di annullamento fino alla sparizione di ogni ente di fronte al soggetto stesso che sparisce. La poeta crea un confronto dialettico in cui c’è attrazione e quindi creaturalità, oppure disaffezione e allora sembra affiori il ni-ente, il non-ente, la mancanza dell’essenza dell’essere. Se all’inizio avevo detto trattasi di una poesia dell’essere, ora posso dire delle intermittenze dell’essere, ed è per questo motivo che mi attrae moltissimo la poesia di Enrica Loggi,perché in questo suo poiein lascia spazio alla libertà laica del dubbio, della pluralità, della dialettica razionale e dei sentimenti, anche di quello verso l’ospite divino, che potrebbe essere l’inconscio, o quell’eros , come nel Simposio platonico, predicato da Diotima, come elevazione dalla bellezza degli elementi naturali compresi i corpi belli alla rigenerazione del bene o del sommo bene. Che la fede di Enrica sia una fede laica è testimoniata da una poesia di pag. 47, in cui Autore e Ospite, principi o sostanze materiali sono in stretto riferimento a oggetti già esistenti nella natura naturata, quando per primo dice che l’Autore potrebbe essere il giunco o migliaia di uccelli e di seguito quando conclude che uno dei gradini della scala che sale verso il cielo passerebbe davanti alla porta di casa per poter salutare l’Ospite. <> (pag.47). In questo palpito meraviglioso in cui Enrica vede fluttuare individui, elementi, cose, pallori, campi, malve, semi, baccelli, mi piace immaginarla ancora nel momento in cui con la mente attraversi le distese degli orti, dei giardini, delle campagne e con il pensiero e la parola (poetica) crei, riesca a trarre dal niente di quattro semi la vita o l’albero della vita, come inizio di una aspettativa psichica e intellettuale, e veda le parole ricomporsi nel respiro della natura e quindi nell’alito creaturale per dare vita a quel sogno di unità psichico-somatica, dopo aver visto le parole smorzarsi, spezzarsi e cadere, o la propria caduta nel colore della vita, nonostante l’appoggiarsi alle parole e alla voce dell’altro (pag.69).In questo frangente, la poesia più che denuncia è un farsi una liturgia del riscatto, una brama di alzarsi da sola nella sua corporeità di persona, uscendo dal mutismo e dando alla luce una vita, quella primaria, cioè dell’albero della vita. Dopo un’inchiesta sulla natura e sull’umano, passando attraverso distorsioni , pericoli, dolori a volte molto sensibili della psiche, Enrica Loggi compie un suo percorso affermando con forza i diritti della coscienza e di conseguenza dopo un’autoanalisi poetica i diritti della corporeità e della natura propria. Questo tipo di poesia è necessaria e di conseguenza la poesia di Enrica è essenziale e fondamentale all’interno di una storia dell’individuo e della cultura e afferma quei diritti della coscienza, come fare ciò che si ama e non fare ciò che si odia. Leggendo il libro si incontra questo mondo di Enrica persona acuta, donna sensibilissima e la sua ricca umanità.

Riflessioni di Massimo Consorti su "...A una rima di vento"


La mia canzone è una foglia nel vento...Enrica Loggi è inaggettivabile, incollocabile, non inquadrabile né in stili né in contesti. La sua è poesia pura, quella che, raffinata come un punto di tombolo, entra dappertutto grazie all’esilità e soprattutto a una sinuosità che diventa vortice. Iniziare a parlare di “...A una rima di vento”, ultima raccolta di versi di Enrica Loggi (Corymbos Poesia, Edizioni Polistampa), con parole tratte da un film, non deve apparire né bizzarro né controcorrente perché all’andare “oltre”, al navigare “controcorrente” ci pensa la poetessa: “...tutto sembra/bruciare in un istante questa noia/che portano le ore ferme/al pianto delle città/...).
Perché lontana anni luce dalla facile oleografia di versi composti per attrarre, Enrica Loggi graffia con unghie coperte di velluto. “Veniamo qui per confonderci nel vento”, scrive. E si schiude un orizzonte che affascinerebbe anche chi la poesia non l’ama, non la comprende, la orpellizza come i sentimenti poveri delle statue di sale.

Nelle immagini di Enrica Loggi il vento spira, gli alberi e le foglie ne assecondano il verso, nord o est fa lo stesso perché nel vento tutto si spiega, non solo le vele delle barche del suo mare ma anche i sentimenti e le sensazioni di anime niente affatto pacificate. Contrariamente a quanto appare, Enrica Loggi non è la poetessa dei voli puramente poetici, puramente letterari ma è molto di più è “come una notte breve che balena/mentre vegliamo accanto al nostro sogno”, perché se sembra facile o difficile sognare, diventa impossibile il vegliargli accanto, una bella sfida soprattutto con se stessi.

Della poetessa di San Benedetto del Tronto abbiamo sempre apprezzato i toni con i quali compone stati d’animo/sensazioni/emozioni, sembrano pennellate di parole e a noi, le parole sono sempre piaciute, anche se solo quelle con un senso, delle altre non sapremmo che farcene. Da esploratrice attenta della propria anima, Enrica Loggi adopera le parole come in un rito magico, le miscela, le compone, a volte le sfibra e le modella per fargli assumere quel significato, in quella frase, che diventa movimento sinfonico, un andante con brio o un andamento lento, e cattura lo spirito mai quieto che “Era un battito di cuore in fuga/nell’opaca chiarità delle mattine/invernali quando si tormenta/il mare che porta i tronchi sulla riva/distesi tra conchiglie rotte/...”.

Scrive Enrica Loggi: “I poeti sono soli/col loro inverno/le scarpe bianche per uscire la domenica/le ali stropicciate/Mentre piove grigio/e le ultime biciclette/lasciano scie di pioggia sull’asfalto/si alza il cuore dei poeti/e chiama il cielo/”. Spesso la solitudine dei poeti è la nostra solitudine e non c’è nessuna posa tardo romantica in quello che è, e resta, l’unico approccio possibile per una vita impossibile: volare nell’immenso. Anche su quello della tristezza.

31/10/12

"...A una rima di vento" : Le note critiche di Giarmando Dimarti


Dall'incontro alla Galleria Opus di Grottammare, il 27 ottobre:


[...] Farsi natura: in ciò consiste la testimonianza profonda di questi versi. O meglio: farsi natura inerme, senza il suo apparato di splendore e di bellezza e proclamare egualmente la sua ragione di vita in tutto ciò che si è perso, in tutto ciò che è caduco. Non siamo di fronte alla lamentazione de Le feuilles mortes di Jacques Prévert, del disvestimento fogliare come tensione di morte o di nostalgia,  ma siamo piuttosto di fronte alla ruralità pura di Pablo Neruda delle Odi elementari depurate di ogni sentore di “volontà di incanto”. Qui si cammina tra radici e slanci, tra il tutto ed il niente, tra l’ordine e l’infinito, e l’esistere è un riverbero minimale su frantumazioni ed elemosine. Enrica vuol proclamare, dalla sua misura onesta e riservata, concretamente vissuta, tutto l’entusiasmo creaturale di chi si sente partecipe, più che panicamente, possiamo dire virgilianamente, – si sente con forza palpitare infatti quella tensione classicista pre-cristiana come attesa di una rivelazione nuova, inconosciuta – di una natura che è condizione fondamentale dell’uomo. Da essa l’uomo ritrova il frammento cosmologico che lo ha prodotto per farlo sentire universo insieme agli altri, nonostante l’indifferenza degli altri. In questa marginalità c’è l’abisso dell’umano che si colma nella consapevolezza di essere e di “risplendere” anche di luce riflessa. In questa saggezza risiede il culmine teorico di tale poetica. [...]

[...] In questa poetica della mediocritas, cioè mediana, lontana da ogni estremo sensazionale e sentimentale, troviamo tra i diversi topoi come: l’albero, il mare, la città, la natura, la luce, il buio, quello delle stagioni. Noi ci aspetteremmo che in una tonalità pacata, che mantiene però sempre la sua vivezza, le stagioni che meglio rappresentano questo status fossero la primavera e l’autunno: le stagioni di passaggio, per intenderci, nella nomenclatura poetica ufficiale (anche se siamo in presenza di forti cambiamenti). Invece, a sorpresa, a prevalere sono le stagioni apicali del caldo e del freddo: l’estate e l’inverno. E con una dimidiazione quasi esemplare: è l’estate a prevalere nella prima parte, come pensamento e sorpresa (l’estate padrona di me, p. 25; la stagione che incede e che ci ingombra, p. 27), come insofferenza ( le mattine / dal traffico violento, p. 31), come estenuazione dell’esistere ( e l’estate cammina sugli asfalti bagnati / abdica dal paese col suo vecchio fuoco, p. 32).
Nella seconda parte trionfa l’inverno quasi come stagione esclusiva, traghettato, talvolta, da un autunno veloce, trascoloro, vibrante di voci cangianti, bisbigliate appena. Si respira nei versi di questa sezione una atmosfera vivaldiana, soprattutto un senso forte di raccoglimento come è prodotto dal secondo tempo dell’opera musicale omonima: il Largo, e in certi passaggi misurati dell’Allegro non molto (primo tempo) e all’Allegro (terzo tempo). È il tempo sopravvenuto della sospensione, dell’accestire nascosto, della vita altra che pulsa segreta sotto l’apparente mortificazione, sotto una uniformità che non si traduce in omologazione. È il momento dell’appartenenza intima, dove tutto si rigenera in un trionfo nascosto e duraturo. C’è bisogno, sembra dirci Enrica, semplicemente di ritrovare la nostra, ormai sempre più distratta se non usurpata, umana normalità, la nostra terrestrità costitutiva, la nostra esatta sussidiarietà. Così il baccello con i quattro semi quasi insignificanti, sottratto di proposito dall’albero ormai letargico (p.76), può essere segno pregnante di una possibile vita se ci si lascia guidare da quel senso di appartenenza humatico, precedentemente accertato, e fare un gesto semplice, per non dire ovvio: prendere i semi e metterli sotto terra (Erano solo quatto semi / in uno spicchio di terra, nel mondo, p.77). Qui si rivela l’intensità e la profondità del sentire: ogni vita vale anche nel suo assoluto anonimato, anche nella sua disarmata e disarmante probabilità. Questo vivido inverno sotterraneo allora, con cui il sentire poiematico si fonde e si rinnova, diventa la scoperta nuova, la nuova conoscenza, che interferisce e sopravanza ogni superficiale incongruenza, ogni incertezza sentita o agita, tanto da far dire al poeta in uno dei versi finali: So tutto di queste ore gelate… (p.79). E proprio in chiusura, quasi a riaffermare il proprio totale coinvolgimento, si legge, in una perentorietà epigrafica: Io sono qui, / tra il sole e la neve (p. 80).



07/03/09

Maria Lenti: recensione a "Di acque e segni labili"



Ma che cosa c'è tra la nascita e la morte, nello spazio che chiamiamo vita? Una immensa solitudine, una ricerca continua di un "altro" e di un "oltre" che non rispondono ai richiami, un ritrarsi nel proprio vivere per una impossibile risposta alla ricerca, per un incontro che mai avviene con il mio simile, o i tanti simili che affollano e schiamazzano o fingono di vivere nella città, attorno. Allora ci si incarna nel paesaggio, nelle acque, nella natura, in quel riconoscibile alter ego del più fine sentire da cui mai sarò allontanata. Il resto sono segni labili.
Sono questi gli interrogativi e queste le presenze, almeno in parte, che Enrica Loggi, già da "Vasto era il mare" (1994) e attraverso "Il seme della pioggia" (1995), semina e lascia anche nelle ultime, stillate, poesie raccolte in "Di acque e segni Labili" : poesie del desiderio limpido di incontri mattutini e quotidiani con le albe e le lucertole, i cieli e la rondine, l'estate - "preistoria" di un sè e di quel che fu - la siepe e il vento e tutto un registro scritturale che immette dentro - scrive Guido Garufi nella prefazione - "con sapienza e consapevolezza un suo De rerum natura" per trarne un'essenza, una risposta che sia, almeno un pò, una ragione del vivere.
Altra ragione non sembra adombrarsi, se non scrutando quella "natura" e magari rintracciandovi il senso di un più, di un oltre che qui non è, non è nel passato, non è nel presente incapsulato più nei chiassi e nelle esteriorità che nelle profondità dell'essere.
Rintracciarvi forse, il senso di una presenza che è ma non esiste: questo nostro essere creature insieme alle altre creature e alle stagioni, ripetute e continue, inseguite e rimpiante, e trovare in tutto questo il senso del vivere. Non si può non concordare con Guido Garufi quando scrive: "...questa poesia che a volte accenna al canto, velandolo con pudore e mai scoprendosi in elegia totale, tenta con grande grazia e con timidezza una sua attonita colloquialità con la "foresta" georgica del suo paese, del suo orizzonte cittadino circondato dai colli, dai boschi, dagli erbari, quasi innestandosi dentro l'anima in una "justissima tellus", anima interna, anima animata."
Alla ricerca, quest'anima animata, di un senso da allargare al suo sè. Senso che sfugge, tuttavia, che non può essere detto per intero, che anzi, forse, non c'è, non c'è più, ammesso che ci sia stato, che qualcuno l'abbia scoperto, avuto, riferito, riverito, posseduto:
.......Di acque e segni labili
.......gira il giorno vuotandosi.
.......La sosta è fino alla malinconia
.......d'ocra confuso nei ponti
.......sopravvissuti all'alito
.......di città natali e straniere.
.......Accolgo le tue linee minute
.......nel palmo dove ti nascondi
.......a me che non potrei fuggire.
.......Ti chiudo, ti sorrido alla rinfusa
.......un pò soffrendo il distare
.......del cielo intatto a entrambi.
.......Ci sono ombre che non tradiscono,
.......lo sguardo non s'allontana
.......da un breve diario di parole.
Nell'ansa che si forma tra l'avvio ancora un poco speranzoso e il ritorno sullo stesso punto scorre una domanda silenziosa e muta: ma, allora, come e quando la vita si è innervata? E dove è andata a finire la nervatura?
Appartiene, questa domanda, alla poesia meno contingente e più "religiosa" ( della religione della vita ) di questo nostro secolo - per stare a qualche cosa che ci contiene ancora, nonostante i tentativi di chi insiste a dire che ce ne siamo allontanti o distaccati - : la poesia che guarda al profondo magari servendosi anche dei segni, labili, del quotidiano, del feriale, dell'intorno, di stagioni continue e variate senza scampo e senza traccia.
Non tutto è perduto. Resta il sogno. Ci si può immergere nelle sue acque, ma anche qui senza vie d'uscita:
.......Il sogno impasta nella saliva
.......rose di creta.
.......E' destino, come una culla piena di panni
.......discendere poveri all'acqua di un primo giorno.
L'illusione dura lo spazio di un mattino...che si rinnova ogni giorno: e questo è lo spazio in cui viviamo.

22/01/09

"Sulle tracce lievi di Enrica Loggi" di Maria Angela Menghini


Colpisce l'immagine iniziale del "mattino che in fretta ha raccolto l'abito grande disteso sulla sabbia" e ancora v'incontriamo che "stende una coperta di luna il falco argentato sui campi". Oppure il "tiepido alitare di panni stesi alla finestra", "la mezza luce delle tende". La raccolta "Il talento dei giorni" di Enrica Loggi è ovunque trasfusa di aeree visioni d'ondeggiare e sollevarsi di veli come sipari che coprono e scoprono profondità e sensibilità verso l'indeterminato o forse più specificamente verso l'infinito che rimanda a Leopardi (e già Paolo Ruffilli nell'introduzione sottolinea l'ascendente ). Dominano le impressioni volatili di "stormi di parole" e si levano solitari in volo: allodola, rondine, falco, gabbiano quasi a celare ed esprimere l'identità dell'autrice "malcerta di esserci" e incauta verso "la ragnatela dove cadrà la multivaga farfalla". E tra i solitari animali fa la sua comparsa anche la lucertola che evoca fuori dal tempo fissità subitamente interrotte. Vi si percepisce la frammentaria solitudine esistenziale di un vuoto che è pieno d'attesa irrisolta e di una sensibilità sempre tesa verso un oltre il cui desiderio vivo e non pago quasi si materializza nella grazia dell'ossimoro della "vergine mania" che un sussulto riconduce a cose più usuali. Anche quando il messaggio rimane sotto traccia ci suggerisce con discrezione che "siamo sull'infinito precipizio che stimola le vite e le soccorre mentre si dipana l'andirivieni conoscibile".
Una sensazione visiva è persistente, una movenza d'effetto filmico come di dissolvenza, nel frammentarsi e sgranarsi della superficie dell'immagine, come il diradarsi, il disperdersi a confondere il nitore sia che lo sguardo fissi l'acqua, il cielo, la terra. Ad essere mimata è la perdita di compattezza e l'estrema tensione di violare lo schermo della realtà. E sono "sull'acqua briciole sfatte" e il "mattino d'aria screziata", "le rose del giardino sono sparse a terra". Quasi sempre sono sfondi a campo visivo lungo su cui si accennano moti ascensionali di dissociazione tra ciò che muove dall'io e ciò che ristà di sè: "Muove, nella distanza, salendo / il pensiero", "Lascia la terra lo sguardo", "lascio partire un volo di desideri". In questo sforzo di levitazione il parlato è trasognato, quasi un fuori di sè che subisce il fascino predatorio della vastità traslucida e insistentemente equorea delle proprie visioni en plein air.
Il paesaggio è rarefatto e "s'illumina di dentro come un'anima", si disegna a linee lunghe e sospese di orizzonti pallidi e di marine adriatiche grigio azzurre con cui l'autrice tiene prolungatamente una nota vibrata di colore di sottofondo mai squillante, di rado acceso a macchie di gerani e rose. Contrasti ma sempre lievi senza mai corpo a corpo tra questa leggerezza e il quotidiano ordinario che appena per cenni è come evocato e subito bandito dai versi in favore di indizi dalla parvenza inconsistente di filiformi, pulviscolari o velari variazioni di tutto ciò che è appena di qua dalla dissoluzione e dal nulla: tracce lievi che pure sostengono l'impianto del libro.
Il velo, dunque, l'orma, la tela di ragno, "le nubi nel disegno smarrito dei margini", i raggi, la caligine, il battere di ciglia, "la cipria dell'alba". Talvolta fin dall'incipit sono "Il tremore dell'acqua fonda, l'impronta di salsedine" a produrre una multiforme eppur monocromatica sensazione d'incerto. E ancora polvere, petali, cenere, "il fiore appassito tra le pagine". E' la semantica dell'impalpabile, della fragilità nello sfumato di contorni, nel vago del pallore del sogno.
Si addice alle poesie della raccolta quanto Calvino ("La leggerezza", in "Lezioni americane") scrive sui versi di "Piccolo testamento" di Montale: "una professione di fede nella persistenza di ciò che più sembra destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui". 
Forse anche la chiave di interpretazione del titolo "Il talento dei giorni" suggerisce nei versi la dote che l'inquietudine del transeunte porta con sé: quasi una scelta tout court per la poesia antidoto quanto mai salutare al nostro tempo cui l'autrice sembra opporsi serena e sicura chiamando all'appello i suoi simili:


l'uccellino ha chiamato i compagni, ora siamo di più 

L'infantile paese delle nostre parole adulte
comincia da questa materia sospesa.

(da "Hortus" semestrale di poesia e arte n° 26 )

16/01/09

recensione di Annalisa De Gregorio a "Il talento dei giorni"


C'è un mondo che non è nè terrestre, nè celeste, vive all'altezza delle nebbie, è visione, fata morgana, bolla di poesia.

Niente ha corpo di carne e di terra. C'è un passaggio, uno spiraglio tra le parole che porta verso un oltre di visioni azzurrine, le parole sono sussurri, intuizioni; le regole del discorso logico definitivamente disattese, dànno un respiro largo, di libertà raggiunta nell'arte dell'abbandono, coraggiosa, fatale a volte. Il senso di mancanza dà ai versi una trasparenza di madreperla, non c'è il sole che aspetta dietro, c'è un'aria struggente, un'acqua lieve. I paesaggi sono appoggiati al vento e "come sonnambuli / i muri avanzano". Il senso di mancanza è il mio che riconosco il luogo perduto- forse quello della purezza?- e ora di nuovo intravisto, ormai perso per me e la nostalgìa mi sovrasta, vorrei entrare, restare...
Il dolore scivola nell'umida nebbia della notte, ingentilito da un velo, animali d'argento appaiono inconsistenti
eppure profondamente epifanici, e "l'orizzonte come una fontana / un bacio, il fiato della bocca / d'una statua."
I suoni del verso hanno una loro armonia indipendente dal senso, che non ha momenti di caduta, spesso ci si stupisce di ascoltare il ritmo perduto della natura, il tono è alto a volte, elegiaco; alcune parole desuete perdono tutta la loro pesantezza per riprendere significato.
C'è silenzio in questo giardino protetto, il silenzio circonda le parole, vive con loro; le onde del mare, che pare bagnare ogni poesia, sono onde del cuore, la città, il porto, il circo luoghi d'immaginazione che si sfaldano in altri pensieri conseguenti, di grande poeticità, si entra in un mondo di sensazioni in punta di piedi e si esce alla fine naufraghi, accucciati su una spiaggia grigia di sabbia, inconsistenti al mondo, spersi come foglie cadenti o cadute, non c'è tempo e spazio che da sempre ci trattengono, arricchiti da bellezza pur nel dolore e nel disagio del vivere, che l'anima di un compagno poeta sa donarci in un giorno qualunque, per caso.