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lunedì 5 ottobre 2015

“Continuerò a cantare”. La nuova raccolta poetica di Carlos Sànchez.


Le mie note di lettura sull'ultimo libro del poeta argentino.

Sfogliando man mano i libri di Carlos mi sono ritenuta fortunata perché quello che la mia bocca può dire è riposto nello scrigno di questo e degli altri libri, e si annuncia pagina per pagina come un percorso fluviale dove l’acqua delle parole sgorga senza far rumore, diventa idea, diventa mente.
Si frantumano le parole in esili versi, che avanzano, come i passi di questo hidalgo, cadenzati, diffusi in una casa che immaginiamo vicina alle nevi dei monti. Una storia nella storia, un rifrangersi di luci ed ombre.
La poesia entra, come una ballerina russa, dal vano di una finestra, in un brano che ricorda Chagall. E veramente a un dipinto di Chagall somiglia questo far versi, popolati di cose anche minime, sospese nell’aria in cui Carlos si muove.  Un aquilone è il verso di Sànchez, librato nel vento. Pieno di colori e guidato da una mano bambina, sotto un cielo amato e dimenticato, nel filo esile che porta le parole ad abitare questo cielo, poi a dissolversi come creature della fantasia, passare per un attimo davanti agli occhi, al cuore per lasciarci sulla terra a cercare di moltiplicare le nostre visioni.
Ci sono alcune poesie in cui Carlos prende quasi le distanze dal presente, è come un esercizio spirituale quello di reggersi altalenando e guardando le cose  da un angolo segreto, e pare anche che tutti questi scritti non ci abbiano ancora detto tutto. Ma in questo nuovo silenzio eloquente, in questo camminare giorno per giorno, sta la Grazia che il poeta aspetta e a volte rincorre.

Enrica Loggi



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