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mercoledì 18 marzo 2015

Un nuovo silenzio



Passeggiando per Marano,
il Paese Alto di Cupramarittima

(articolo scritto per "Life Marche")


Arriva il sole sulle pietre nude di Marano, quasi primavera. Gli antichi muri sorreggono dall’alto la sua sagoma: un merletto di piccole strade che la percorrono in salita e in discesa, seminandosi un po’ dovunque come le dita di una mano. E’ fresca l’aria, calde e selvagge le visioni che abbracciano fino al mare, come una benedizione nell’azzurro che dall’alto si fa padrone: mare, cielo, mura. Percorro queste strade lasciandomi condurre dal loro forte silenzio verso abbaglianti direzioni, il loro terminare e spegnersi nel fragoroso panorama.
Che cosa vogliono dirmi queste antiche mura, questi archi che accolgono chi guarda in un immanente disegno e portano altrove, verso il limitare ingenuo di un sogno rivestito di sole, narrato da nessuno eppure vivente, a ridosso di uno schema che si disegna da più angoli, lambisce candidamente il paese. Potremmo chiamarlo un nuovo silenzio, una frase ininterrotta che si disegna e si scioglie nei folti alberi di pino, a formare l’intenso verde di questo antico borgo (che è il paese alto di Cupramarittima), insieme ai cipressi che si affollano, durevoli e carichi di un verde cupo che aggiunge alla strada d’ingresso del paese un parlare misterioso, un fascino avvolgente.
Mi fermo ad ascoltare, a immaginare il lungo tempo che è passato tra queste severe architetture, e vi ha riversato le sue muraglie cariche di peso arboreo, come un non detto che pure si dispiega e parla. E’ un sentore di stagione nuova, raggiunto dai nostri sguardi eppure fermo lì da secoli, a sorridere e chiudere gli occhi, per affidarci alla greve bellezza di cui sono cariche queste mura. Proprio per questo sforzo di risorgere, sonnecchia il paese o ci guarda ad occhi tremuli, si fa percorrere alla ricerca delle sue chiese, paradossi taciturni che racchiudono l’una un bellissimo Presepe Poliscenico Permanente, l’altra un’effigie mariana che mi sono abbandonata a ricordare, risalendo nel tempo di una precedente visita. Sono per l’esattezza la Chiesa della Santissima Annunziata e di S. Maria in Castello. Entrambe sorgono nel cuore del borgo, e si dispongono graziosamente l’una al suo margine scosceso, l’altra lungo la via centrale. Non suonano le campane per questa domenica, rivelato giorno di sole, ma è tutta Marano a squillare di luce, arrampicandosi perdutamente verso un cielo di carta velina, guardando in basso il mare vagheggiato profondamente. Il dato naturalistico e quello selvaggio percorrono tutto il luogo, conducendoci fino al Museo Archeologico del Territorio (con le sezioni preistorica, picena, romana).
Salire, scendere, avvolgersi: questo il cammino silente delle stradine scalfite dagli archi, dalle Torri d’avvistamento medioevali che si dispongono all’ingresso e all’uscita di questo dedalo austero, sfidando chi entra e chi esce dal Paese, via via narrandogli la sua saga attraverso il suo palese e misterioso divenire, attraverso i muschi che incorollano il pavimento antico delle vie, oppure posano in un vaghissimo disporsi accanto alle mura, per un dettato segreto che ci lascia, una volta usciti dalla piccola Marano, carichi della sua vaga storia e insieme purificati dall’aria sana del suo Belvedere, tranquilli come bimbi e insieme come vecchi viandanti accarezzati dai soffi dell’aria di ogni tempo.

Enrica Loggi


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