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venerdì 27 febbraio 2015

Viaggio d'inverno



Il mio "viaggio d'inverno" a Torre di Palme,
suggestivo paese del Fermano
da

C’è una primavera assopita nell’inverno di Torre di Palme, il piccolo borgo fermano arrampicato sulla sommità di un colle che guarda l’Adriatico.
Sono andata a cercarlo pescando fra i ricordi, le luci accese nella mente e investite dal tempo. Eccolo, piccolissimo più di sempre e immerso nelle lame di un sole trionfante che cerca le sue viuzze scoscese, esili e tacite in questo inverno caduto a capofitto in un suo divenire, dentro i rabbuffi del vento che agita, all’ingresso, degli alberi di leccio in forma di corone.
Dappertutto, il silenzio: come  lasciato ad echeggiarsi tra una via e l’altra, diramanti a spina di pesce sul colle aguzzo che guarda da ogni lato, nell’altura che si definisce sotto i passi di chi prova a fronteggiare la sua bellezza petrosa, ad amarla.
Torre di Palme nasce presto, nella storia degli uomini. Le sue chiese datano anni intorno al Mille; tre chiese minuscole di mattoni cotti dalla facciata severa e insieme familiare che costeggiano l’infinito, si dispongono lungo la strada maestra che porta al Belvedere sotto il sole di gennaio e ammiccano a una furtiva primavera che scaldi le mura, e si sciolga come in una metamorfosi antica tra passato e presente. La terrazza  panoramica conclude il breve perimetro del borgo affacciandosi e lontanando lo splendore del mare, la vicina città di Porto San Giorgio, il Conero all’estremo orizzonte e il contorno festoso delle colline. Vi si erge la torre campanaria di Santa Maria a Mare (XII secolo) e da un lato il piccolo Oratorio di San Rocco, eretto all’epoca dai Monaci Eremitani. Dappertutto regnano un ordine e un nitore che s’infondono a chi s’incammina, adornano case dove lo sguardo può ritrovare un suo nido, una sua storia che da sola si va perdendo nell’incontro con un imminente avvenire.
Ed ecco, a sorprenderci ancora, un polittico del 1400. La firma prestigiosa è quella di  Vittore Crivelli. Ci attende nella chiesa di Sant’Agostino, spoglia e magnifica per l’umiltà in cui si racchiude l’immagine centrale della Madonna col Bambino, immersa nei colori smaglianti della veste, nei festoni fiorati e nei frutti che perpetuano il suo denso calore immaginifico, accanto alle effigie di San Pietro ed altri santi che si raccolgono nella perfezione grafica, nell’ordine rigoroso e nella coralità policroma e sentimentale d’insieme, ciascuno immerso in una incandescente e solitaria bellezza.
Si esce dalla chiesetta portatrice di questo tesoro per entrare in altri atri, slarghi a precipizio sul mare, fioriture che adornano il cammino, visioni improvvise di piante domestiche a ridosso delle case, in un fervente dettato di pazienza, nell’avvenire segreto che lucida gli spazi, incastona il tempo del silenzio che è il dormiveglia di questo borgo vivo a ridosso delle stagioni, assorto nel suo linguaggio candido, nella sua veste antica che attende dall’alto colle chi ama rifugiarsi nelle precoci propaggini della sua primavera
 che incorollano il pavimento antico delle vie, oppure posano in un vaghissimo disporsi accanto alle mura, per un dettato segreto che ci lascia, una volta usciti dalla piccola Marano, carichi della sua vaga storia e insieme purificati dall’aria sana del suo Belvedere, tranquilli come bimbi e insieme come vecchi viandanti accarezzati dai soffi dell’aria di ogni tempo.


Enrica Loggi


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