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lunedì 27 gennaio 2014

Visioni del Piceno


Due miei articoli su "Life Marche" raccontano le suggestioni di paesi visitati e amati.




Vedo Ripatransone in una mattina splendente dell’autunno d’oro sulle colline che si aprono come pagine fertili, in un calmo snodarsi intorno a questa cittadina di non molte anime, ma ridente e tranquilla come a raccontarci di un suo solenne passato, di mura merlate e di porte antiche, archi a sesto acuto che si fanno eco e immettono nel suo cuore. Ripa fiorisce di chiese e campanili, che risalgono la Storia dal Milleduecento con le loro facciate scabre di mattoni cotti, e riflettono l’andamento dell’aria tersa, antica, sentinelle di un tempo che si riversa sulle sue strade serpentine, che la intagliano col loro carico di edifici dalle facciate mosse di un’architettura importante, felice. Si fiancheggiano le case arieggianti un ventaglio di possibilità estetiche che fanno di essa una cittadina austera, composta anche nei suoi bar, nelle sue botteghe. Il lungo fiume del Corso l’attraversa tutta, rompendosi nella piazza centrale in un ornato di portici, che si ritrovano anche nella più ampia piazza del bel teatro ottocentesco Mercantini, dove campeggia l’Angelo della Vittoria, monumento ai Caduti che garrisce su tutto uno spazio dove si aprono il palazzo del Podestà e quello Comunale, entrambi presenze della Storia, facce dell’Arte. Ma le strade di Ripa sono quelle del Cavallo di Fuoco, che rutila nell’aria le sue schegge incandescenti dal corpo in lamiera e ferro tempestato di petardi, il giorno della Domenica in Albis. La piccola città si accende, la gente si riversa nelle vie intorno al luminoso fantasma, che dal 1600 sembra raccogliere la fiamma di passioni che i muri urbani custodiscono in un’attesa che veste le strade, i musei, le logge, gli anditi in cui Ripa si racchiude e veglia lungo il corso dell’anno il suo segreto: la sua arte di sopravvivere al tempo, schivando la volgarità bandita da una veste severa, dal suo palinsesto colto e civile che rende materno il suo aspetto, geloso il suo attardarsi alla sommità del colle che da lontano guarda il mare e le montagne.
La cittadina accoglie i gioielli della sua cultura nella discrezione dei suoi edifici:  il Museo Civico con cui si apre  anche alla storia più recente, il Teatro delle Fonti  all’aperto, il Museo Archeologico ed altri, che abitano il silenzio del suo divenire, per chi sa cercarvi le rime dei giorni, quelle del suo Poeta Luigi Mercantini e quelle che vivono sulle labbra della sua antica gente.

Enrica Loggi




Spinetoli e le rose

Mi piace immaginare che sia stato proprio come vuole la leggenda, Spinetoli chiamata così perché nata su un colle dove s’affollavano le rose-spine.
Oggi di quel profumo sottratto alla rosa rimane un crocchio di case che si colorano in tinte chiare a ridosso delle strade che vengono dalla Salaria e dall’interno, l’una con i tigli solenni che precedono processioni di ulivi, canneti, acacie, e l’altra ondeggiante lungo le falde collinose che toccano in lontananza i paesi di Monsampolo, Monteprandone, Acquaviva Picena: un nastro che s’annoda sulla piazza che immette nel cuore petroso di questo borgo.
Fu un’antica fortezza: ne sono ancora vivi i bastioni dalle profonde gole, che delimitano uno spazio esagonale dove si disegna un largo di silenzio diffratto e magnetico, al cospetto della Torre Civica che s’innalza con i suoi mattoni cinquecenteschi, e la piccola Chiesa di S. Maria Assunta (1750). Entrambe presenze di una vita che si nutre di riferimenti assoluti, di domande a loro modo estreme. Lungo questo perimetro siamo chiamati dall’essenziale, messi di fronte a un’arcana vertigine. Come in una piazza Dechirichiana, l’Italia si riconosce nel profilo arcuato della sommità della chiesa riecheggiato dal suo portale, e dalla fuga di stretti vicoli coperti di muschio, che scendono a rincorrere il sole verso la Piazzetta Belvedere, da cui ci si specchia nella sottostante vallata del Tronto fino alle prime colline d’Abruzzo, il mare all’orizzonte.
Spinetoli è piccola come il pugno di una mano, è una raggiera di vicoli, un silenzio di passi. Una piccola sacrestia dove dicono Messa perché S.Maria Assunta, un’unica navata, un altare rotondo di terracotta di originale fattura, è in attesa di restauro per infiltrazioni nel tetto. Il Sacerdote che la celebra viene dal Madagascar. Ha un simpatico umorismo, che ci accompagna nell’imminente sera che accende i lampioni e fa giganti le ombre, mentre la storia di questo paese si scrive dentro di noi senza più drammi, per una virtù domestica e mite che fa di questo luogo del ricordo un invito a sostarvi, interrogare quello che è stato e far pace con quello che avviene.
Ogni anno vi prende vita un Concorso Nazionale di Scultura, che riunisce le opere in un piccolo Museo. Poco fuori dal centro storico l’Eremo settecentesco di San Rocco e il Santuario della Madonna delle Grazie (1759), entrambi ricchi di presenze artistiche preziose lontane dallo sguardo distratto che cala in un ingiusto oblio questi piccoli grandi segni del Tempo.

Enrica Loggi

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