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venerdì 21 ottobre 2011

La piccola scena dell'Olmo


Quella del teatro dell’Olmo è una scena senza sipari, dove l’attore è spesso aldilà del tempo reale della rappresentazione, e prima che questa cominci, in uno spazio scenico che abbrevia la prospettiva dello spettatore rovesciandogli le coordinate spaziali ed emotive in una prossimità inedita, sappiamo già qualcosa di quello che deve accadere. Riceviamo cioè, dalla scena che è già offerta nei primi dettagli, immersa, silente e a suo modo sonora, proclamata, un effetto di corposa suggestione e un interrogativo che c’investe, ci chiama oscuramente a farne parte in un vibrante perché.
Oppure dividiamo con queste figure immobili, in attesa che gli spettatori prendano posto sui gradoni del parterre, uno spazio-tempo drammaticamente presente e insieme surreale. E da esso aspettiamo che non tradisca le nostre attese oppure che le tradisca tutte, provocati come siamo dai corpi incantati nell’elegante sortilegio che abbiamo davanti.
A volte basta un suono, un accenno di musica, per spezzare il “prima” da ciò che segue, e liberare l’azione. L’impulso si percepisce netto, materiale, nelle voci che escono “inedite” dalle sagome in movimento, come cellule allo stato nascente, e man mano che la scena va avanti, il linguaggio dei corpi, le sfumature delle fisionomie, i mutamenti dell’umore li percepiamo come in un quadro iperrealista e sono altrettanto eloquenti e spiazzanti, stranianti che le parole. Anzi, la situazione di vicinanza rispetto a chi guarda esce clamorosamente dai canoni, come per un inveramento paradossale causato proprio dal vis à vis con lo spettatore, che è amabilmente travolto dal continuo chiaroscuro di vero-finto-vero che gli si anima davanti. Da qui l’effetto di una scena in più direzioni, che ci spinge oltre, multimediale senza essere mediatica.
Talvolta il perimetro del “palco” è definito volutamente con una striscia quadrangolare di scotch sul linoleum nero del boccascena, ed è un ring dove tutto deve avvenire senza oltrepassarlo, stringato e breve come l’effimero dell’esistenza, paradigma o specchio rovesciato, ispirato fortemente dalla figuratività moderna, come carico di una sua intima aberrazione, creatura autonoma che vive dentro una magica epidermide, anima che ci chiama, dal suo recinto mitico, ad incamminarci sulla sua strada come in una vita che possiamo ancora tentare.

Enrica Loggi

1 commento:

anthos ha detto...

Straordinario...