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domenica 10 ottobre 2010

"Le rondini di Manet" di Anna Elisa De Gregorio



Il libro di Anna Elisa De Gregorio ( Edizioni Polistampa, Firenze, 2010 ) è un alfabeto di evocazioni, una trouvaille di presenze: da orizzonti remotissimi, l’occhio si sposta a una prossimità che disarma.
La pagina si presta ed è come in ascolto di un infinitamente piccolo che sostanzia ogni racconto.
Una poesia già data per assunto nella scelta delle tematiche, e ogni volta inverata, sapiente, ubiqua.
I versi si sperimentano continuamente, anche nella misura, c’è un moto avvolgente dove la poetessa si diffonde, immersa nel suo sogno eppure sveglia, pronta a catturare tutte le faville del fuoco che ha acceso , si direbbe, facendo vibrare fra loro le parole. Un argomentare prossimo ogni volta a una specie di parabola, fra il gioco e la divinazione, e insieme affidata a quel filo di “nulla” che Anna Elisa sa raccogliere e mettere nel conto, tra tutte le sue epifanie. Anche di questo segno che è come un sospiro tra le alterne visioni, vive la bellezza inedita di questa poesia, il suo spuntare sulla pagina con lo strascico della memoria e la novità del presente. Forte di questo essa si affaccia a un tempo che la consegna a tutta una sua mitologia minima, sporta sulla soglia di veri e propri happening espressivi.
Le “Rondini di Manet” sono un libro di grande nitore formale, di esemplare invenzione.
Dall’inizio alla fine, la sostanza poetica ci accompagna senza mai tradirsi, col suo background di esperienza vissuta in un costante bagno d’umiltà, ci porta tra le cose che non sappiamo più vedere, ingrandendole con la sua lente magica, ci immerge nel fascino di gesti e movenze del ricordo che si fa immanente e diventa prodigio, basti pensare alla davvero inedita evocazione del fantasma estetico di Ilaria del Carretto…
Avevamo bisogno dello sguardo di Anna Elisa per ripercorrere i nostri sentieri malati d’ovvietà e scoprire che esistono parole che possono illuminare, rime che possono svegliarci, per una diffusa sapienza che sa non esibirsi, ma che avvolge con impalpabile tocco il dono delle sue parole: una voce che gioca con l’invisibile, guardiana del bello e custode di ciò che è umile, nelle righe di un dettato di fine amore.

Enrica Loggi


Profili in San Martino di Lucca

Dalla finestra della sacrestia una luce
diretta rimbalza sui cuscini con le nappe,
insegue il corpo bianco di Ilaria del Carretto,
segreto nell'abito chiuso fino al mento.
Riposo protetto dal profilo del cane
addolorato al di là dell'artificio delle mode.
Appena sgranato il profilo del naso,
come un'opera interrotta nella lisciatura:
dal mio sguardo nasce tutta l'incertezza,
mi dice che Ilaria poteva essere mai nata,
poteva anche accadere di non incontrarla
in questo eterno viaggio che il sole invade.
E il desiderio di farle da custode come il cane.

Ritrovo il depliant invecchiato nella guida,
leggo poche parole appuntate quel giorno
senza data: bambino sconosciuto a battesimo
( c'è una piccola fonte bianca in San Martino,
e i parenti raccolti in una luce di vetrata ).
Seguirà il suo viaggio un comune destino
impermanente, un filo sostiene il mistero
del profilo incerto della cuffia bianca
e del pianto che ascolto, appena cominciato.

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